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sabato, giugno 05, 2004 Cronaca dell'anonimo che ha raccontato di una guerra agli umani di Andrea Piras Alta letteratura. Bella pagina. Ecco due delle espressioni più stronze, pardòn, antipatiche, emerse nei recenti dibattiti che hanno impegnato i frequentatori di patri salottini letterari. In queste fiere del luogo comune si continua ad insistere sull'assenza di un fermento culturale significativo, almeno in campo letterario, dai tempi di Calvino fino ai giorni nostri. Tizio dice la sua, è magnanime, non cerca visibilità, ma la scrittura di Caio è proprio ciò che tutto il mondo ci invidia e guarda con interesse. Caio, però, non è d’accordo, no, a suo dire è proprio Tizio ad alimentare la speranza di chi ha a cuore la grande letteratura ma, siccome i due non vanno mai da soli, ecco Sempronio pronto ad elogiare entrambi sottintendendo se stesso. Insomma, mentre nei salotti che contano (cioè che fanno i conti con la loro pochezza) viene messa in scena la morte della letteratura, da tutt'altra parte ci si sporca le mani spostando divani, divanetti, sedie e bracieri che nemmeno nei loro momenti migliori avrebbero trovato cittadinanza in quei salotti. L'Alpheus, devo ammetterlo, è veramente un bel posto, con tutte quelle sale che si aprono una dentro l’altra, per gemmazione, a formare un labirinto di colori e vibrazioni che disorientano e fanno perdere la propria meta. Trovare la “sala letteratura”, così come recitano i cartelli in cui si dice anche “Wu Ming 2 presenta il suo ultimo libro “Guerra agli Umani musiche a cura degli El So”, non è per niente facile. Bisogna seguire ostinatamente le grosse frecce che puntano verso il basso, interpretarne correttamente il verso, arrivare fin davanti ai bagni e chiedersi se per caso qualcuno non si sia divertito a prenderci in giro e se la rida nascosto da qualche parte. La gente però arriva lo stesso, supera i bagni e affronta l'ultima rampa di scala che la separa dal guardaroba. La sala letteratura. Si accettano solo capi singoli. Divani ai lati. La direzione declina ogni responsabilità per furti di oggetti lasciati dentro i capi. Sofà più simile a piccoli letti senza gambe sparsi un po' dappertutto. 1,50 Euro a capo. Bracieri ricolmi di candele e incensi fumanti. Felpe e borse ognuno le porta con se. L'atmosfera è quella giusta. Manca il guardaroba. Gli El So sono arrivati qualche ora prima a srotolare cavi e cavetti, cercare adattatori e ciabatte, aprire i loro portatili “senza marca” e lasciare della musica in sottofondo mentre noi si finiva con gli ultimi ritocchi. Buona appetito ragazzi, noi avremmo mangiato solo alle quattro, felici e assonnati, aglio olio e peperoncino che neanche nella guida Michelin. Poi arrivano tutti, strette di mano, strette allo stomaco di Girolamo che fa più volte finta di aquietarsi accanto a me. Si inizia: Giovanni, WM2, sale sul palchetto e aggiusta il microfono, gli El So muovono i mouse selezionando chissà quali finestre, click e doppio click, si parlano e sullo schermo appena dietro di loro cominciano a muoversi immagini sfocate, paesaggi, boschi forse, con le loro voci, ad accogliere Marco Walden, eroe troglodita. Giovanni ha le sue belle fotocopie (non ho controllato, ma sono sicuro fossero in carta reciclata) e legge, ha il senso del ritmo il ragazzo, comincia lento, alza il tono, accelera dove è necessario e compaiono cani rabbiosi, scudi di plexiglass, tornanti di montagna, bar di paese (in numero sempre maggiore uguale a tre), e tutti attenti a non perdere una parola, mentre gli El So, che in quei bar devono esserci stati, stringono tra le mani un vassoio – trofeo, e quello a fare versi, vibrare, click e ALT+F4, applausi. Un sorso d'acqua e si riprende. Qualcuno si alza e Girolamo vorrebbe occupare più spazio, riempire la stanza che è già piena perchè la gente va a comprare comprare il libro e si risiede. Anche Girolamo si risiede. Si alza. Si siede. Posseduto da un ritmo che lascia a bocca aperta un po' tutti in questo guardaroba che non è un guardaroba ma un punto indefinito nell'appenino tosco-emiliano, appena sopra Castel Madero. Saremmo ancora lì a complimentarci e parlare se Monica non ci avesse ricordato che a Roma erano già le 3.30 del mattino come a Castel Madero del resto. a. |