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martedì, ottobre 05, 2004
 

C'è un uomo in mare: World Maritime Day a campo santa Margherita
Ma come fanno i marittimi

ERNESTO MILANESI


VENEZIA
In Campo Santa Margherita, i marittimi sono «sbarcati» nel cuore di Venezia. Giovedì, davanti al gazebo di Stella Maris' friends si sono fermati turisti e famiglie, neolaureati e anziani, curiosi e migranti. Una serata davvero particolare: «Venezia incontra il mare» per la prima volta ha celebrato il World Maritime Day edizione numero 27, promossa dall'International maritime Organisation, agenzia delle Nazioni unite. Una festa con il jazz dell'Ensemble di trombe Santa Cecilia, le fotografie di Livio Senigalliesi e i sapori del mare. L''iniziativa è servita ad «allungare» le banchine del porto fin dentro la città, grazie alla collaborazione dell'Assessorato alle politiche sociali del Comune, al consiglio di quartiere 2, alla municipalità di Marghera e a Urban Italia progetto «Apriamo i muri». Ma ogni giorno i volontari si preoccupano del Welfare a terra, per un esercito di 200 mila marittimi che Venezia e i veneziani «dimenticano», al confine fra mare e terra. Un mondo a parte che altrimenti rischia di andare letteralmente alla deriva. Uomini che hanno soltanto bisogno di un telefono, di spedire soldi a casa, di acquistare sapone e dentifricio, di curarsi o sbrigare una pratica burocratica. Lavoratori sull'onda della globalizzazione che vivono sulla loro pelle gli effetti della bussola impazzita dell'economia selvaggia. Equipaggi che dopo l'11 settembre sono finiti nel mirino della security perché hanno un passaporto «terrorista».

Il fronte del porto

Sul «fronte del porto» - che si allunga per una mezza maratona da Fusina al canale dei petroli - contano sull'assistenza dei volontari che hanno seguito le orme di Mario Cisotto. Un prete diverso, che a fine anni Novanta decide di recitare a modo suo il ministero di cappellano del porto di Venezia. Organizza dal niente l'assistenza concreta, puntuale e gratuita ai marittimi. La solidarietà che ha permesso all'equipaggio della Kawkab, abbandonato dall'armatore, di resistere tre anni e due mesi.

Mario è tornato apposta dalla Val di Susa con la sua videocamera digitale per immortalare un piccolo grande momento. La nave che finalmente lascia Venezia, trainata da due rimorchiatori con destinazione Croazia. Una manovra che hanno voluto effettuare gli uomini della Kawkab. Orgoglio marittimo. Umanità filippina. In Campo, l'altra sera, il capitano con l'uniforme da «volantinatore» a fianco del mozzo ora operaio in una fabbrica di vetro a Marcon. «Per 365 giorni all'anno, dalle 9 alle 21, siamo in servizio. Assistenza ai marittimi che approdano al porto turistico oppure a quello commerciale. Due realtà diverse. Navi da crociera con 800 uomini d'equipaggio, oppure cargo che trasportano container, dove ne bastano una ventina. Per tutti, bisogni essenziali da soddisfare, esigenze minime quanto vitali. Raggiungere la città o il centro commerciale più vicino con il nostro servizio di bus navetta. Oppure telefonare a casa, utilizzare internet, cambiare i dollari. Ma soprattutto spezzare la routine di bordo. Stranieri e marinai, persone da aiutare concretamente», raccontano Michele Mingardi e Andrea Pesce, giovani della Cooperativa Passport che a dicembre conta di inaugurare anche il Seamen club in via Fratelli Bandiera a Marghera. Sarà finalmente la «casa» dei marittimi lontano da casa, l'ultimo «miracolo» di questi volontari laici sulla rotta di un Welfare locale eppure senza frontiere, invisibile quanto prezioso per gli utenti «invisibili».

Gli amici di Stella Maris, quotidianamente e con i piedi per terra, si mettono nei panni dei marittimi. Sono volontari della cittadinanza. In servizio civile internazionale. Invisibili fra gli invisibili. Piccola patria degli stranieri. Grande soluzione di solidarietà in un mare di problemi. Si preoccupano di tutto. Niente li sorprende più. «Non ci si rende conto che il 90per cento del commercio mondiale è movimentato da 50 mila navi. E nemmeno che sulla pelle dei marittimi si sperimentano le nuove frontiere della globalizzazione. Le regole dipendono da dove è stata immatricolata la nave, dalla bandiera che batte, dall'armatore, dal capitano, dal porto.

Le merci e gli uomini

E del resto, anche l'Italia non ha ancora ratificato tutte le normative dell'Imo Facilitation Convention, datata 1965. Eppure, il mondo dei lavoratori del mare rappresenta una specie di paradigma di quanto accadrà a tutti fra un decennio. D'altro canto, il paradosso è spianato in ogni porto. Organizzazione, servizi e massima efficienza per le merci. Quasi niente, invece, per gli uomini che le trasportano in giro per il mondo». A Venezia, la globalizzazione del futuro prossimo è già arrivata. A bordo della Seament 2. Una chiatta senza motore ormeggiata in banchina. Un capitano greco e una dozzina di cingalesi d'equipaggio. Per i primi tre mesi, non sono mai sbarcati. Non è una nave, ma una vera e propria fabbrica. Aspetta i cargo con il cemento da lavorare, da lunedì a venerdì. Un caso emblematico di «delocalizzazione fatta in casa», laboratorio di un'economia che non ha nemmeno più bisogno di capannoni e che sfrutta ogni interstizio extra territoriale.

Il letto del marinaio

Un aneddoto riassume l'indifferenza dei «terrestri». E' la conversazione fra una turista e il sacerdote assegnato a bordo di una nave da crociera. Si parla della vita di mare, finché dalle labbra della signora genuinamente incuriosita dal personale scappa una domanda straordinaria: «Scusi, padre, ma l'equipaggio dove dorme?... A bordo?...». Alberghi di lusso galleggianti, «Tir degli oceani», petroliere, carrette, cargo o navi sulle rotte del Mediterraneo. In sala macchine o sul ponte, sempre marittimi. Un quarto degli equipaggi mondiali è composto da filippini. Ma si affacciano ormai con insistenza gli ex sovietici ed ex jugoslavi. Gente di mare al lavoro che a volte ripassa da Venezia e sa di poter contare sull'assistenza di Stella Maris. E così si stringono legami, sbocciano amicizie. I marittimi dell'Est, la prima volta, non si capacitano dell'assoluta gratuità dei servizi e temono che sotto sotto si nasconda un «pacco». Poi ci sono gli ufficiali iraniani che imbarcano moglie e figli. O le navi che arrivano dall'Argentina senza aver mai abbassato la scaletta in un porto. Perfino qualche viaggiatore all'avventura con una storia da raccontare davanti a un boccale di birra. Per tutti, un murales che campeggia nel porto di Venezia: I sogni attraversano gli oceani. E ai filippini - oggi al lavoro in 80 navi o che hanno raggiunto la sede di una delle 130 associazioni marittime sparse per il mondo - le quattro pagine formato A4 di Filippino Balita sembrano davvero un sogno. E' il quotidiano prodotto da Stella Maris' friends di Venezia: notizie in inglese e tagalo che li fanno sentire i marittimi filippini meno lontani e stranieri. Un giornale su misura per questo esercito di lavoratori che faticano a fare notizia perfino nella giornata mondiale.

Criminalizzati

«La criminalizzazione dei marittimi è il più grave problema che abbiamo di fronte in questo momento. Per larga parte dell'opinione pubblica, quella dello shipping è un'industria sconosciuta», ammonisce David Cockroft, segretario generale dell'International Transport Workers' Federation. Insieme alle altre organizzazioni dei marittimi ha firmato la lettera indirizzata a Colin Powell che ricorda come negli Stati uniti scatti il divieto di scendere a terra con tanto di guardie armate imposte alle compagnie di navigazione. «All'arrivo in un porto statunitense, rimani sul ponte nave a guardare oltre la banchina gli alberi dall'altra parte della recinzione. Sei stato classificato come potenziale terrorista. Il World Maritime Day si concentra sulla sicurezza marittima ma è auspicabile che la dignità non sia vista come nemica della sicurezza», fa eco l'editoriale del Lloyd's List di Londra.

Briciole di umanità

I volontari di Venezia insistono a scommettere sull'umanità. E aspettano ogni sera il fax della torre dei piloti del porto. Elenca l'arrivo delle navi. Dall'alba al tramonto. Nome, bandiera, tonnellaggio, ormeggio. Marittimi da assistere, domani come oggi. Lavoratori stranieri altrimenti confinati sulla soglia della città-cartolina.

«Ogni nave rappresenta un pezzetto della bandiera del suo stato. Ma ha un personale di bordo multietnico: lingua comune l'inglese, moneta comune il dollaro americano, contratto di imbarco dai 7 ai 9 mesi, lavoro dalle 10 alle 12 e più ore al giorno. Lo stipendio per la stessa mansione può non essere lo stesso, se le nazionalità sono diverse. L'armatore a volte corrisponde a una casella postale. Ecco, nel campo visivo del nostro villaggio globale c'è un punto cieco: il mondo del trasporto marittimo. Per molti versi ci mostra il nostro futuro a terra...», commenta l'uomo che in pochi anni ha rivoluzionato il porto, promuovendo l'umanità galleggiante nell'altra Venezia.

Mario Cisotto continua a dir messa fra le montagne piemontesi. Ma non guarisce più dal... mal di marittimo. Il prete del porto s'imbarca comunque ogni giorno con l'equipaggio dei suoi ragazzi. Sempre pronti a solcare, laicamente, le banchine dell'altro mondo possibile. A Venezia, dove mare e cielo si confondono, è già diventato di casa.



































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sabato, ottobre 02, 2004
 

RI(S)CATTO

di Giovanni Maderna

Ho seguito, come tutti, la vicenda delle volontarie rapite e poi rilasciate in Iraq.
Ho alcune perplessità, per la verità un po' angoscianti, che vorrei condividere con questa comunità.
Si tratta soprattutto del rapporto emotivo, direi addirittura affettivo, che si può instaurare o meno nei confronti di questo nostro paese.

Senza dubbio la vicenda ci ha preso tutti (ed è stato fatto molto, a livello mediatico, perché ciò accadesse) ad un livello profondo, interiore, prerazionale....
E così il rilascio delle due ragazze è stata penso per tutti una vera e propria liberazione da un peso che ci schiacciava e ci prendeva ai visceri... un'angoscia che pervadeva la nostra esistenza quotidiana come nel caso delle questioni sentimentali e private.
Ebbene io ho provato non solo un profondo sollievo, ma anche un senso di ritrovata positività, di pacificazione con il mondo nel quale viviamo, ma in particolare con il nostro paese, al momento in cui la crisi si è felicemente risolta. Per una volta è parso che ci fosse qualcosa che autenticamente fondasse un sentimento nazionale diffuso, una unità di intenti nell'affrontare un problema, una trasversale omogeneità di reazione alla riuscita dell'operazione, sia a livello politico che popolare. Mi è parso il risveglio da un brutto sogno che si temeva non fosse affatto un sogno ma una realtà agghiacciante e foriera di dolore e sofferenza sempre crescenti, senza soluzione di continuità. Per una volta, direi quasi, mi sono sentito in sintonia con questo paese, tutto intero, senza distinzioni e senza riserve di fondo. Per una volta non mi sono sentito minoranza o addirittura individuo isolato. E' stata una bella sensazione.

Purtroppo è durata poco. Poi, mi sono risvegliato all'incubo.
E la questione che vorrei affrontare è questa. Al di là delle contraddizioni che sono riemerse non appena alle due volontarie è stata data la parola, e hanno smesso di essere icone per ritornare a esprimersi come persone, a me è parso che l'intera vicenda abbia iniziato a puzzare della fin troppo conosciuta menzogna e ipocrisia e demagogia nostrana, nel momento in cui è emersa la notizia del pagamento di un riscatto.

Ho ascoltato e letto. Non ho la televisione ma ho internet e la radio. Eppure mi pare che la posizione generalizzata sull'argomento sia allarmante. Quasi tutti considerano il pagamento di una somma ai rapitori come un peccato veniale.

Ecco. Ci siamo. Non solo ritorno a sentirmi minoranza, ma anzi una vittima del solito teatrino, questa volta ancora più crudele del solito.

Insomma, vorrei sentire delle opinioni, ma è me pare che la bella figura di chi ha ottenuto il rilascio degli ostaggi, mentre sono ancora prigionieri i francesi e l'inglese, e tanti altri di tante nazioni del mondo, si converta così nella peggiore infamia che possa colpire una nazione (e che purtroppo non per la prima volta nella storia colpisce la nostra). L'Italia ancora una volta ha fatto il doppio-gioco. Ha trattato con il nemico a fini demagogici. Ha finanziato chi uccide i suoi stessi soldati. Ha dimostrato una superficialità imperdonabile e ridicola se non fosse così tragica.
Ha, con una sfrontatezza che fa vergognare di essere italiani, ceduto al ricatto nella maniera più vile.
Per quanto possa disapprovare l'occupazione americana e la linea dura di Bush con il terrorismo, la condotta del governo italiano, e l'approvazione che ha ottenuto anche dall'opposizione, mi pare davvero il peggio che sinora si sia visto dall'inizio di questa guerra. L'Italia non paga il prezzo delle sue scelte. L'Italia ha due facce entrambe orribili. L'una schierata accanto agli Stati Uniti nell'intervento militare. L'altra che contraddice questo ruolo per pura vigliaccheria. Per il non prendere sul serio nemmeno una guerra. Nemmeno la morte dei propri soldati, dei propri giornalisti, dei propri civili. L'Italia è l'unico paese al mondo che dimostra apertamente di non rispettare né i morti altrui né i propri.

Ripeto, mi piacerebbe sentire le vostre opinione. Mi piacerebbe molto non aver capito niente e sbagliarmi.









postato da xango | 15:16 | commenti (1)


venerdì, ottobre 01, 2004
 

La bugia perenne

Ricostruzione del rapimento di Simona Pari e Simona Torretta

di Roberto Saviano

simona.jpg [Questa mia inchiesta non è stata accettata da nessun giornale con cui collaboro né da altra testata giornalistica italiana. L’unico giornale che ha ricostruito lo scenario del rapimento Pari-Torretta attraverso informative e documentazioni ufficiali raccolte da Rita Pennarola è stato il mensile
La Voce della Campania (www.lavocedellacampania.it) che ormai da anni combatte assieme al suo direttore Andrea Cinquegrani la sua solitaria battaglia contro il potere della camorra e l’idiozia del giornalismo italiano, sopravvivendo con dignità nonostante le querele milionarie e le minacce continue.
]

Nessuno ha avuto decenza di dedicare del tempo allo studio, alla ricerca degli elementi sino ad ora raccolti dai Servizi Segreti e dai magistrati. Nessuno. Presi dal vortice cadenzato come un metronomo delle Ansa, dalle notizie battute dagli uffici stampa militari, nessuno ha voluto ricercare con calma e taglio scientifico cosa poteva esserci dietro il rapimento in Iraq delle due volontarie italiane di Un Ponte per…

Nessuno ha voluto indagare o forse nessuno ha preferito farlo visto che ciò che in ultima somma ne vien fuori è una situazione di incredibile connivenza di poteri che fanno del sequestro di Simona Pari e Simona Torretta un nodo gordiano insolvibile. Il sequestro delle due Simona che ieri un messaggio lanciato nel web vuole addirittura assassinate, è strettamente legato al sequestro dei quattro “impiegati” italiani sequestrati in Iraq: Fabrizio Quattrocchi, Salvatore Stefio, Maurizio Agliana e Umberto Cupertino. Questo sequestro invero rientra in una logica di conflitto le cui parti in causa nessuna inchiesta ha voluto svelare ed i cui motivi sono talmente chiari da avere il ben fondato dubbio che ci sia una generale e pervicace volontà di non lasciarli emergere compiendo una vera e propria scelta di censura. Cercherò di almanaccare i diversi elementi e congetturare con gli strumenti della ragione e della ricostruzione il reale motivo del sequestro. Iniziamo.

Le informative dei Servizi Segreti italiani dichiarano che la scelta di sequestrare le due volontarie italiane non è stata casuale, si dichiara che i testimoni sfuggiti al sequestro parlano di un commando che voleva proprio le due giovani donne e che non avendo le loro foto le cercava con agitazione e soprattutto come principali obiettivi dell’operazione. Per comprendere il motivo della scelta di due italiane legate all’organizzazione Un Ponte per…come obiettivo di un’azione di rapimento bisogna procedere a ritroso ed arrivare sino al 2003 quando la giovane Valeria Castellani arriva in Iraq. Questa intraprendente ragazza arriva a Bassora collaborando con i volontari dell’associazione Un Ponte per… e lavora ad un progetto particolarmente interessante ovvero permettere al dattero irakeno, in assoluto il migliore al mondo, di potersi nuovamente imporre sul mercato. La qualità del dattero di Bassora, il celebre Al Bakhri, è stato fortemente danneggiato dall’embargo poiché l’impossibilità di esportarlo ha costretto alla rovina la parte maggiore delle fattorie irakene che coltivavano i datteri. A valutare tale progetto sembrerebbe che la Castellani è una giovane piena di idee ed energia, proprio come i giornali cattolici (come Famiglia Cristiana) la considerano e descrivono. Nell’aprile 2004 però dopo l’uccisione di Quattrocchi notiamo che il nome di Valeria Castellani viene iscritto nel registro degli indagati dai pm della Procura di Genova, Francesca Nanni e Nicola Piacente all’interno delle indagini sul sequestro e la morte di Quattrocchi.

Come mai una impegnata volontaria viene inscritta nel registro degli indagati? Cosa mai potrà centrare una donna votata al progetto del rilancio dell’agricoltura irakena senza alcun scopo di profitto personale, con la melmosa vicenda di Quattrocchi?

A ben scavare nei dati e nelle carte giudiziarie viene fuori che Valeria Castellani risulta essere una rampante manager di Dts Itc. Security, l’azienda con sede nel Nevada (USA) che recluta gli addetti alla sicurezza privata in Iraq. Castellani ufficialmente risulta essere l’amministratrice dell’azienda Dts. Per comprendere come una giovane vicentina figlia della piccola borghesia possa arrivare ad essere amministratore di un’azienda americana capace di fatturare cifre altissime perché fornisce contratti per la protezione dei membri del Congresso americano in visita in Iraq, bisogna andare ad indagare sul suo compagno, Paolo Simeoni. Anche quest’ultimo, genovese di 32 anni, è entrato in Iraq attraverso le associazioni non governative. In quanto esperto di operazioni di sminamento e bonifica del territorio Simeoni ha collaborato con Un Ponte per… e soprattutto con Intersos organizzazione umanitaria nata con il finanziamento delle Confederazioni Sindacali.

Paolo Simeoni è un ex incursore del Battaglione San Marco, poi nella Legione Straniera a Gibuti e in Somalia, successivamente andato in missioni in Africa, Kosovo Afghanistan ed alla fine in Iraq. Diviene nel 2002 un volontario umanitario delle ong, approfittando delle sue qualità di sminatore riesce ad essere ben voluto ed anzi richiesto da molte ong. Ma ben altro ha in mente che bonificare terreni minati. Conosce perfettamente le logiche dei paesi in guerra e sa bene che non esiste cosa più redittizia che fornire servizi militari alle truppe in difficoltà.

La sicurezza privata è un business che tende progressivamente ad aumentare con l'impossibilità delle truppe militari regolari di monitorare le strutture che vengono ad edificarsi. Costruzione di aziende, il viaggio dei tir, spostamento di civili e politici, cantieri. La necessità di guardie private si è palesata dalle prime ore della guerra irakena. Ed un occhio esperto lo comprende nell'immediato.

Paolo Simeoni infatti fonda in un primo momento la Naf Security amministrata dalla Castellani con sede in Iraq, ma per la particolare situazione di paese invaso la Naf non riesce a vicere neanche un appalto. Le gare sono vinte solo da aziende degli USA. La coppia Simeoni-Castellani non demorde, muta in brevissimo tempo tutto e riescono a fondare in America la Dts Security. L'azienda è la medesima, identico amministratore, stessi impiegati, cambia solo il nome e la sede che infatti sarà in Nevada negli USA. Ciò gli basta per vincere le gare d’appalto. Vengono così chiamati dall’Italia gli amici di Simeoni, tra cui Fabrizio Quattrocchi. Sfortuna però volle che gli USA decisero di non inviare più politici in Iraq, troppo pericoloso e così il motivo primo della Dts Security sembrò svanire.

La versatilità imprenditoriale però non ha limite e così tutti gli impiegati piuttosto che tornare indietro iniziarono ad essere “piazzati” dall’azienda a difesa del personale delle multinazionali americane ed in altre operazioni di tutela di cittadini e di aziende americane. Così la Dts Security in breve tempo diviene una sorta di azienda capace di fornire difese a tutti coloro, imprese ed uomini stranieri, che essendo esposti ne avevano bisogno. Diviene in molti territori dell'Iraq un esercito parallelo a tutela del flusso di capitali che giunge in iraq sottoforma di macchinari, politici, o trivelle.

La nostra coppia Castellani-Simeoni quindi si è recata in Iraq attraverso le ong ma giunta una volta sul luogo dopo pochissimo tempo ha portato avanti il suo progetto di edificare un azienda di scrota e servizio armato. Insomma Paolo Simeone e Valeria Castellani hanno utilizzato le associazioni non governative per inserirsi su un territorio con la massima agilità e copertura, poi lentamente hanno mutato la loro prassi hanno abbandonato il loro lavoro di volontariato iniziando ad impegnarsi sul piano imprenditoriale. Del resto quale migliore copertura che quella del volontariato quando si è in luoghi di guerra? Ogni sospetto sulla possibilità di fornire mercenari svanisce dinanzi al passepartout dell’impegno civile e sociale.

Valeria Castellani a Vicenza era nota per una sua spiccata simpatia per la estrema destra antisemita ma dopo la sua partecipazione alla missione di Intersos in Afghanistan e dopo aver collaborato con Un Ponte per…in Iraq, beh ha indossato una robusta panoplia di purezza.


A questo punto si comprende facilmente che le due Simona sono state rapite per una logica interna ai servizi di sicurezza privati. Del resto i primi a dare notizia di come era avvenuto il rapimento sono stati proprio Simeone e Castellani. Insomma erroneamente con grande probabilità viene attaccata Un Ponte per… e vengono sequestrate Simona Pari e Simona Torretta al fine di attaccare l’agenzia di protezione che ha avuto persone in qualche modo provenienti dall’associazione. Ora bisogna comprendere se le organizzazioni non governative, se le associazioni di volontariato che utilizzano i contatti con queste persone sapevano chi erano questi personaggi oppure hanno subito un operazione d’infiltrazione. E’ facile del resto poter entrare in un’operazione di volontariato. Volontà e serietà oltre che competenza sono gli elementi di scelta nessun’altra selezione è presente. Oltre che sommarie indagini sui propri volontari le ong non hanno spesso la forza di conoscere a fondo i personaggi che decidono di partire per i propri progetti spesso, tra l'altro, deficitari di individui. O seguendo invece una tesi opposta si potrebbe ipotizzare che le ong preferiscono avere dei rapporti come dire, strategici con questi personaggi capaci di avere le mani dappertutto e contatti in ognidove.

L’unico ambito su cui bisogna (e spero di non dover dire bisognava) è proprio quello delle agenzie che garantisco servizio privato e "soldati a pagamento". Hanno mentito politici, media, giornalisti distratti o zittiti da direttori scrupolosi maestrini delle verità d’ufficio. Invece di inventare mediazioni, mediatori, e colpi di scena televisivi bisogna riflettere sul ruolo fondamentale di queste aziende di protezione che nella strategia dello scacchiere irakeno vengono considerate dalla guerriglia vere e proprie spine nel fianco perchè tappano i buchi aperti delle truppe d'invasione. I gruppi guerriglieri, i nuclei terroristi hanno ovviamente tutto l’interesse di a porre in crisi le organizzazioni private che garantiscono protezione a personaggi ed aziende che l’esercito USA non riuscirebbe a proteggere in misura adeguata.

Le due ragazze volontarie ora sono nelle mani di individui che per motivi radicalmente diversi dal loro ruolo in Iraq le usano come strumento di pressione vero il governo italiano che finge ovviamente di non sapere in qual senso il rapimento è stato messo in pratica. L’associazione Un Ponte per... che da anni cerca di organizzare in Iraq progetti che hanno l’esclusivo imperativo di concedere dignità e possibilità di vita ad una civiltà devastata da decenni di embargo prima ed ora da un’assurda guerra. Un Ponte per…ha iniziato a lavorare in Iraq molto prima che sulle sue città devastate si accendessero i riflettori delle tv di mezzo mondo. Un lavoro certosino, continuo, diuturno.

Era prioritario che il Ministro degli Esteri cercasse di smentire il frainteso dei gruppi terroristi ovvero di idenfiticare le due ragazze in relazione all’azienda di servizi di sicurezza. Era fondamentale che si facesse riferimento alla totale estranietà di queste ragazze al mondo “italiano” delle scorte e dei mercenari. Ma in questa vicenda sembra che più che a cuore del ritorno delle due donne ci sia la volontà non di far emergere la cancrena dei rapporti economici di imprenditori italiani che riescono ad entrare nel succulento mercato iracheno attraverso la mediazione militare dei servizi di scorta che ovviamente sapranno far pendere la bilancia dalla parte degli industriali italiani quando ve ne sarà bisogno. Godere di un esercito parallelo, non controllato dai media, che non conosce divise e morti dichiarate è forse in questa guerra l'elemento più delicatamente fondamentale ancor più perchè invisibile all'occhio ed all'orecchio dell'Occidente.

Queste due donne pagano sulla propria pelle le scelte imprenditoriali di alcuni italiani che ben hanno saputo dove affondare i canini della finanza ed ora spolpano l’osso dell’Iraq facendo finire tra le ferine ganasce due donne innocenti che in Iraq non erano per guadagnare stipendi lussuosi come militari ed imprenditori ma per portare avanti reali progetti di crescita sociale.

Indagare e riflettere sulle aziende italiane che in Irak speculano ed investono, capire che la gestione dei mercenari, in breve, è nelle mani di organizzazioni private italiane, questo è l’ambito unico su cui bisogna ragionare.

Mentre Rai e Mediaset continuano a mandare in onda i volti dolci e sorridenti delle due giovani ragazze non viene pronunciata su questa vicenda che una bugia perenne.





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