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martedì, ottobre 05, 2004
C'è un uomo in mare: World Maritime Day a campo santa Margherita Ma come fanno i marittimi
ERNESTO MILANESI
VENEZIA In Campo Santa Margherita, i marittimi sono «sbarcati» nel cuore di Venezia. Giovedì, davanti al gazebo di Stella Maris' friends si sono fermati turisti e famiglie, neolaureati e anziani, curiosi e migranti. Una serata davvero particolare: «Venezia incontra il mare» per la prima volta ha celebrato il World Maritime Day edizione numero 27, promossa dall'International maritime Organisation, agenzia delle Nazioni unite. Una festa con il jazz dell'Ensemble di trombe Santa Cecilia, le fotografie di Livio Senigalliesi e i sapori del mare. L''iniziativa è servita ad «allungare» le banchine del porto fin dentro la città, grazie alla collaborazione dell'Assessorato alle politiche sociali del Comune, al consiglio di quartiere 2, alla municipalità di Marghera e a Urban Italia progetto «Apriamo i muri». Ma ogni giorno i volontari si preoccupano del Welfare a terra, per un esercito di 200 mila marittimi che Venezia e i veneziani «dimenticano», al confine fra mare e terra. Un mondo a parte che altrimenti rischia di andare letteralmente alla deriva. Uomini che hanno soltanto bisogno di un telefono, di spedire soldi a casa, di acquistare sapone e dentifricio, di curarsi o sbrigare una pratica burocratica. Lavoratori sull'onda della globalizzazione che vivono sulla loro pelle gli effetti della bussola impazzita dell'economia selvaggia. Equipaggi che dopo l'11 settembre sono finiti nel mirino della security perché hanno un passaporto «terrorista».
Il fronte del porto
Sul «fronte del porto» - che si allunga per una mezza maratona da Fusina al canale dei petroli - contano sull'assistenza dei volontari che hanno seguito le orme di Mario Cisotto. Un prete diverso, che a fine anni Novanta decide di recitare a modo suo il ministero di cappellano del porto di Venezia. Organizza dal niente l'assistenza concreta, puntuale e gratuita ai marittimi. La solidarietà che ha permesso all'equipaggio della Kawkab, abbandonato dall'armatore, di resistere tre anni e due mesi.
Mario è tornato apposta dalla Val di Susa con la sua videocamera digitale per immortalare un piccolo grande momento. La nave che finalmente lascia Venezia, trainata da due rimorchiatori con destinazione Croazia. Una manovra che hanno voluto effettuare gli uomini della Kawkab. Orgoglio marittimo. Umanità filippina. In Campo, l'altra sera, il capitano con l'uniforme da «volantinatore» a fianco del mozzo ora operaio in una fabbrica di vetro a Marcon. «Per 365 giorni all'anno, dalle 9 alle 21, siamo in servizio. Assistenza ai marittimi che approdano al porto turistico oppure a quello commerciale. Due realtà diverse. Navi da crociera con 800 uomini d'equipaggio, oppure cargo che trasportano container, dove ne bastano una ventina. Per tutti, bisogni essenziali da soddisfare, esigenze minime quanto vitali. Raggiungere la città o il centro commerciale più vicino con il nostro servizio di bus navetta. Oppure telefonare a casa, utilizzare internet, cambiare i dollari. Ma soprattutto spezzare la routine di bordo. Stranieri e marinai, persone da aiutare concretamente», raccontano Michele Mingardi e Andrea Pesce, giovani della Cooperativa Passport che a dicembre conta di inaugurare anche il Seamen club in via Fratelli Bandiera a Marghera. Sarà finalmente la «casa» dei marittimi lontano da casa, l'ultimo «miracolo» di questi volontari laici sulla rotta di un Welfare locale eppure senza frontiere, invisibile quanto prezioso per gli utenti «invisibili».
Gli amici di Stella Maris, quotidianamente e con i piedi per terra, si mettono nei panni dei marittimi. Sono volontari della cittadinanza. In servizio civile internazionale. Invisibili fra gli invisibili. Piccola patria degli stranieri. Grande soluzione di solidarietà in un mare di problemi. Si preoccupano di tutto. Niente li sorprende più. «Non ci si rende conto che il 90per cento del commercio mondiale è movimentato da 50 mila navi. E nemmeno che sulla pelle dei marittimi si sperimentano le nuove frontiere della globalizzazione. Le regole dipendono da dove è stata immatricolata la nave, dalla bandiera che batte, dall'armatore, dal capitano, dal porto.
Le merci e gli uomini
E del resto, anche l'Italia non ha ancora ratificato tutte le normative dell'Imo Facilitation Convention, datata 1965. Eppure, il mondo dei lavoratori del mare rappresenta una specie di paradigma di quanto accadrà a tutti fra un decennio. D'altro canto, il paradosso è spianato in ogni porto. Organizzazione, servizi e massima efficienza per le merci. Quasi niente, invece, per gli uomini che le trasportano in giro per il mondo». A Venezia, la globalizzazione del futuro prossimo è già arrivata. A bordo della Seament 2. Una chiatta senza motore ormeggiata in banchina. Un capitano greco e una dozzina di cingalesi d'equipaggio. Per i primi tre mesi, non sono mai sbarcati. Non è una nave, ma una vera e propria fabbrica. Aspetta i cargo con il cemento da lavorare, da lunedì a venerdì. Un caso emblematico di «delocalizzazione fatta in casa», laboratorio di un'economia che non ha nemmeno più bisogno di capannoni e che sfrutta ogni interstizio extra territoriale.
Il letto del marinaio
Un aneddoto riassume l'indifferenza dei «terrestri». E' la conversazione fra una turista e il sacerdote assegnato a bordo di una nave da crociera. Si parla della vita di mare, finché dalle labbra della signora genuinamente incuriosita dal personale scappa una domanda straordinaria: «Scusi, padre, ma l'equipaggio dove dorme?... A bordo?...». Alberghi di lusso galleggianti, «Tir degli oceani», petroliere, carrette, cargo o navi sulle rotte del Mediterraneo. In sala macchine o sul ponte, sempre marittimi. Un quarto degli equipaggi mondiali è composto da filippini. Ma si affacciano ormai con insistenza gli ex sovietici ed ex jugoslavi. Gente di mare al lavoro che a volte ripassa da Venezia e sa di poter contare sull'assistenza di Stella Maris. E così si stringono legami, sbocciano amicizie. I marittimi dell'Est, la prima volta, non si capacitano dell'assoluta gratuità dei servizi e temono che sotto sotto si nasconda un «pacco». Poi ci sono gli ufficiali iraniani che imbarcano moglie e figli. O le navi che arrivano dall'Argentina senza aver mai abbassato la scaletta in un porto. Perfino qualche viaggiatore all'avventura con una storia da raccontare davanti a un boccale di birra. Per tutti, un murales che campeggia nel porto di Venezia: I sogni attraversano gli oceani. E ai filippini - oggi al lavoro in 80 navi o che hanno raggiunto la sede di una delle 130 associazioni marittime sparse per il mondo - le quattro pagine formato A4 di Filippino Balita sembrano davvero un sogno. E' il quotidiano prodotto da Stella Maris' friends di Venezia: notizie in inglese e tagalo che li fanno sentire i marittimi filippini meno lontani e stranieri. Un giornale su misura per questo esercito di lavoratori che faticano a fare notizia perfino nella giornata mondiale.
Criminalizzati
«La criminalizzazione dei marittimi è il più grave problema che abbiamo di fronte in questo momento. Per larga parte dell'opinione pubblica, quella dello shipping è un'industria sconosciuta», ammonisce David Cockroft, segretario generale dell'International Transport Workers' Federation. Insieme alle altre organizzazioni dei marittimi ha firmato la lettera indirizzata a Colin Powell che ricorda come negli Stati uniti scatti il divieto di scendere a terra con tanto di guardie armate imposte alle compagnie di navigazione. «All'arrivo in un porto statunitense, rimani sul ponte nave a guardare oltre la banchina gli alberi dall'altra parte della recinzione. Sei stato classificato come potenziale terrorista. Il World Maritime Day si concentra sulla sicurezza marittima ma è auspicabile che la dignità non sia vista come nemica della sicurezza», fa eco l'editoriale del Lloyd's List di Londra.
Briciole di umanità
I volontari di Venezia insistono a scommettere sull'umanità. E aspettano ogni sera il fax della torre dei piloti del porto. Elenca l'arrivo delle navi. Dall'alba al tramonto. Nome, bandiera, tonnellaggio, ormeggio. Marittimi da assistere, domani come oggi. Lavoratori stranieri altrimenti confinati sulla soglia della città-cartolina.
«Ogni nave rappresenta un pezzetto della bandiera del suo stato. Ma ha un personale di bordo multietnico: lingua comune l'inglese, moneta comune il dollaro americano, contratto di imbarco dai 7 ai 9 mesi, lavoro dalle 10 alle 12 e più ore al giorno. Lo stipendio per la stessa mansione può non essere lo stesso, se le nazionalità sono diverse. L'armatore a volte corrisponde a una casella postale. Ecco, nel campo visivo del nostro villaggio globale c'è un punto cieco: il mondo del trasporto marittimo. Per molti versi ci mostra il nostro futuro a terra...», commenta l'uomo che in pochi anni ha rivoluzionato il porto, promuovendo l'umanità galleggiante nell'altra Venezia.
Mario Cisotto continua a dir messa fra le montagne piemontesi. Ma non guarisce più dal... mal di marittimo. Il prete del porto s'imbarca comunque ogni giorno con l'equipaggio dei suoi ragazzi. Sempre pronti a solcare, laicamente, le banchine dell'altro mondo possibile. A Venezia, dove mare e cielo si confondono, è già diventato di casa.
sabato, ottobre 02, 2004
RI(S)CATTO
di Giovanni Maderna
Ho seguito, come tutti, la vicenda delle volontarie rapite e poi rilasciate in Iraq. Ho alcune perplessità, per la verità un po' angoscianti, che vorrei condividere con questa comunità. Si tratta soprattutto del rapporto emotivo, direi addirittura affettivo, che si può instaurare o meno nei confronti di questo nostro paese.
Senza dubbio la vicenda ci ha preso tutti (ed è stato fatto molto, a livello mediatico, perché ciò accadesse) ad un livello profondo, interiore, prerazionale.... E così il rilascio delle due ragazze è stata penso per tutti una vera e propria liberazione da un peso che ci schiacciava e ci prendeva ai visceri... un'angoscia che pervadeva la nostra esistenza quotidiana come nel caso delle questioni sentimentali e private. Ebbene io ho provato non solo un profondo sollievo, ma anche un senso di ritrovata positività, di pacificazione con il mondo nel quale viviamo, ma in particolare con il nostro paese, al momento in cui la crisi si è felicemente risolta. Per una volta è parso che ci fosse qualcosa che autenticamente fondasse un sentimento nazionale diffuso, una unità di intenti nell'affrontare un problema, una trasversale omogeneità di reazione alla riuscita dell'operazione, sia a livello politico che popolare. Mi è parso il risveglio da un brutto sogno che si temeva non fosse affatto un sogno ma una realtà agghiacciante e foriera di dolore e sofferenza sempre crescenti, senza soluzione di continuità. Per una volta, direi quasi, mi sono sentito in sintonia con questo paese, tutto intero, senza distinzioni e senza riserve di fondo. Per una volta non mi sono sentito minoranza o addirittura individuo isolato. E' stata una bella sensazione.
Purtroppo è durata poco. Poi, mi sono risvegliato all'incubo. E la questione che vorrei affrontare è questa. Al di là delle contraddizioni che sono riemerse non appena alle due volontarie è stata data la parola, e hanno smesso di essere icone per ritornare a esprimersi come persone, a me è parso che l'intera vicenda abbia iniziato a puzzare della fin troppo conosciuta menzogna e ipocrisia e demagogia nostrana, nel momento in cui è emersa la notizia del pagamento di un riscatto.
Ho ascoltato e letto. Non ho la televisione ma ho internet e la radio. Eppure mi pare che la posizione generalizzata sull'argomento sia allarmante. Quasi tutti considerano il pagamento di una somma ai rapitori come un peccato veniale.
Ecco. Ci siamo. Non solo ritorno a sentirmi minoranza, ma anzi una vittima del solito teatrino, questa volta ancora più crudele del solito.
Insomma, vorrei sentire delle opinioni, ma è me pare che la bella figura di chi ha ottenuto il rilascio degli ostaggi, mentre sono ancora prigionieri i francesi e l'inglese, e tanti altri di tante nazioni del mondo, si converta così nella peggiore infamia che possa colpire una nazione (e che purtroppo non per la prima volta nella storia colpisce la nostra). L'Italia ancora una volta ha fatto il doppio-gioco. Ha trattato con il nemico a fini demagogici. Ha finanziato chi uccide i suoi stessi soldati. Ha dimostrato una superficialità imperdonabile e ridicola se non fosse così tragica. Ha, con una sfrontatezza che fa vergognare di essere italiani, ceduto al ricatto nella maniera più vile. Per quanto possa disapprovare l'occupazione americana e la linea dura di Bush con il terrorismo, la condotta del governo italiano, e l'approvazione che ha ottenuto anche dall'opposizione, mi pare davvero il peggio che sinora si sia visto dall'inizio di questa guerra. L'Italia non paga il prezzo delle sue scelte. L'Italia ha due facce entrambe orribili. L'una schierata accanto agli Stati Uniti nell'intervento militare. L'altra che contraddice questo ruolo per pura vigliaccheria. Per il non prendere sul serio nemmeno una guerra. Nemmeno la morte dei propri soldati, dei propri giornalisti, dei propri civili. L'Italia è l'unico paese al mondo che dimostra apertamente di non rispettare né i morti altrui né i propri.
Ripeto, mi piacerebbe sentire le vostre opinione. Mi piacerebbe molto non aver capito niente e sbagliarmi.
venerdì, ottobre 01, 2004
La bugia perenne
Ricostruzione del rapimento di Simona Pari e Simona Torretta
di Roberto Saviano
[Questa mia inchiesta non è stata accettata da nessun giornale con cui collaboro né da altra testata giornalistica italiana. L’unico giornale che ha ricostruito lo scenario del rapimento Pari-Torretta attraverso informative e documentazioni ufficiali raccolte da Rita Pennarola è stato il mensile La Voce della Campania (www.lavocedellacampania.it) che ormai da anni combatte assieme al suo direttore Andrea Cinquegrani la sua solitaria battaglia contro il potere della camorra e l’idiozia del giornalismo italiano, sopravvivendo con dignità nonostante le querele milionarie e le minacce continue.]
Nessuno ha avuto decenza di dedicare del tempo allo studio, alla ricerca degli elementi sino ad ora raccolti dai Servizi Segreti e dai magistrati. Nessuno. Presi dal vortice cadenzato come un metronomo delle Ansa, dalle notizie battute dagli uffici stampa militari, nessuno ha voluto ricercare con calma e taglio scientifico cosa poteva esserci dietro il rapimento in Iraq delle due volontarie italiane di Un Ponte per…
Nessuno ha voluto indagare o forse nessuno ha preferito farlo visto che ciò che in ultima somma ne vien fuori è una situazione di incredibile connivenza di poteri che fanno del sequestro di Simona Pari e Simona Torretta un nodo gordiano insolvibile. Il sequestro delle due Simona che ieri un messaggio lanciato nel web vuole addirittura assassinate, è strettamente legato al sequestro dei quattro “impiegati” italiani sequestrati in Iraq: Fabrizio Quattrocchi, Salvatore Stefio, Maurizio Agliana e Umberto Cupertino. Questo sequestro invero rientra in una logica di conflitto le cui parti in causa nessuna inchiesta ha voluto svelare ed i cui motivi sono talmente chiari da avere il ben fondato dubbio che ci sia una generale e pervicace volontà di non lasciarli emergere compiendo una vera e propria scelta di censura. Cercherò di almanaccare i diversi elementi e congetturare con gli strumenti della ragione e della ricostruzione il reale motivo del sequestro. Iniziamo.
Le informative dei Servizi Segreti italiani dichiarano che la scelta di sequestrare le due volontarie italiane non è stata casuale, si dichiara che i testimoni sfuggiti al sequestro parlano di un commando che voleva proprio le due giovani donne e che non avendo le loro foto le cercava con agitazione e soprattutto come principali obiettivi dell’operazione. Per comprendere il motivo della scelta di due italiane legate all’organizzazione Un Ponte per…come obiettivo di un’azione di rapimento bisogna procedere a ritroso ed arrivare sino al 2003 quando la giovane Valeria Castellani arriva in Iraq. Questa intraprendente ragazza arriva a Bassora collaborando con i volontari dell’associazione Un Ponte per… e lavora ad un progetto particolarmente interessante ovvero permettere al dattero irakeno, in assoluto il migliore al mondo, di potersi nuovamente imporre sul mercato. La qualità del dattero di Bassora, il celebre Al Bakhri, è stato fortemente danneggiato dall’embargo poiché l’impossibilità di esportarlo ha costretto alla rovina la parte maggiore delle fattorie irakene che coltivavano i datteri. A valutare tale progetto sembrerebbe che la Castellani è una giovane piena di idee ed energia, proprio come i giornali cattolici (come Famiglia Cristiana) la considerano e descrivono. Nell’aprile 2004 però dopo l’uccisione di Quattrocchi notiamo che il nome di Valeria Castellani viene iscritto nel registro degli indagati dai pm della Procura di Genova, Francesca Nanni e Nicola Piacente all’interno delle indagini sul sequestro e la morte di Quattrocchi.
Come mai una impegnata volontaria viene inscritta nel registro degli indagati? Cosa mai potrà centrare una donna votata al progetto del rilancio dell’agricoltura irakena senza alcun scopo di profitto personale, con la melmosa vicenda di Quattrocchi?
A ben scavare nei dati e nelle carte giudiziarie viene fuori che Valeria Castellani risulta essere una rampante manager di Dts Itc. Security, l’azienda con sede nel Nevada (USA) che recluta gli addetti alla sicurezza privata in Iraq. Castellani ufficialmente risulta essere l’amministratrice dell’azienda Dts. Per comprendere come una giovane vicentina figlia della piccola borghesia possa arrivare ad essere amministratore di un’azienda americana capace di fatturare cifre altissime perché fornisce contratti per la protezione dei membri del Congresso americano in visita in Iraq, bisogna andare ad indagare sul suo compagno, Paolo Simeoni. Anche quest’ultimo, genovese di 32 anni, è entrato in Iraq attraverso le associazioni non governative. In quanto esperto di operazioni di sminamento e bonifica del territorio Simeoni ha collaborato con Un Ponte per… e soprattutto con Intersos organizzazione umanitaria nata con il finanziamento delle Confederazioni Sindacali.
Paolo Simeoni è un ex incursore del Battaglione San Marco, poi nella Legione Straniera a Gibuti e in Somalia, successivamente andato in missioni in Africa, Kosovo Afghanistan ed alla fine in Iraq. Diviene nel 2002 un volontario umanitario delle ong, approfittando delle sue qualità di sminatore riesce ad essere ben voluto ed anzi richiesto da molte ong. Ma ben altro ha in mente che bonificare terreni minati. Conosce perfettamente le logiche dei paesi in guerra e sa bene che non esiste cosa più redittizia che fornire servizi militari alle truppe in difficoltà.
La sicurezza privata è un business che tende progressivamente ad aumentare con l'impossibilità delle truppe militari regolari di monitorare le strutture che vengono ad edificarsi. Costruzione di aziende, il viaggio dei tir, spostamento di civili e politici, cantieri. La necessità di guardie private si è palesata dalle prime ore della guerra irakena. Ed un occhio esperto lo comprende nell'immediato.
Paolo Simeoni infatti fonda in un primo momento la Naf Security amministrata dalla Castellani con sede in Iraq, ma per la particolare situazione di paese invaso la Naf non riesce a vicere neanche un appalto. Le gare sono vinte solo da aziende degli USA. La coppia Simeoni-Castellani non demorde, muta in brevissimo tempo tutto e riescono a fondare in America la Dts Security. L'azienda è la medesima, identico amministratore, stessi impiegati, cambia solo il nome e la sede che infatti sarà in Nevada negli USA. Ciò gli basta per vincere le gare d’appalto. Vengono così chiamati dall’Italia gli amici di Simeoni, tra cui Fabrizio Quattrocchi. Sfortuna però volle che gli USA decisero di non inviare più politici in Iraq, troppo pericoloso e così il motivo primo della Dts Security sembrò svanire.
La versatilità imprenditoriale però non ha limite e così tutti gli impiegati piuttosto che tornare indietro iniziarono ad essere “piazzati” dall’azienda a difesa del personale delle multinazionali americane ed in altre operazioni di tutela di cittadini e di aziende americane. Così la Dts Security in breve tempo diviene una sorta di azienda capace di fornire difese a tutti coloro, imprese ed uomini stranieri, che essendo esposti ne avevano bisogno. Diviene in molti territori dell'Iraq un esercito parallelo a tutela del flusso di capitali che giunge in iraq sottoforma di macchinari, politici, o trivelle.
La nostra coppia Castellani-Simeoni quindi si è recata in Iraq attraverso le ong ma giunta una volta sul luogo dopo pochissimo tempo ha portato avanti il suo progetto di edificare un azienda di scrota e servizio armato. Insomma Paolo Simeone e Valeria Castellani hanno utilizzato le associazioni non governative per inserirsi su un territorio con la massima agilità e copertura, poi lentamente hanno mutato la loro prassi hanno abbandonato il loro lavoro di volontariato iniziando ad impegnarsi sul piano imprenditoriale. Del resto quale migliore copertura che quella del volontariato quando si è in luoghi di guerra? Ogni sospetto sulla possibilità di fornire mercenari svanisce dinanzi al passepartout dell’impegno civile e sociale.
Valeria Castellani a Vicenza era nota per una sua spiccata simpatia per la estrema destra antisemita ma dopo la sua partecipazione alla missione di Intersos in Afghanistan e dopo aver collaborato con Un Ponte per…in Iraq, beh ha indossato una robusta panoplia di purezza.
A questo punto si comprende facilmente che le due Simona sono state rapite per una logica interna ai servizi di sicurezza privati. Del resto i primi a dare notizia di come era avvenuto il rapimento sono stati proprio Simeone e Castellani. Insomma erroneamente con grande probabilità viene attaccata Un Ponte per… e vengono sequestrate Simona Pari e Simona Torretta al fine di attaccare l’agenzia di protezione che ha avuto persone in qualche modo provenienti dall’associazione. Ora bisogna comprendere se le organizzazioni non governative, se le associazioni di volontariato che utilizzano i contatti con queste persone sapevano chi erano questi personaggi oppure hanno subito un operazione d’infiltrazione. E’ facile del resto poter entrare in un’operazione di volontariato. Volontà e serietà oltre che competenza sono gli elementi di scelta nessun’altra selezione è presente. Oltre che sommarie indagini sui propri volontari le ong non hanno spesso la forza di conoscere a fondo i personaggi che decidono di partire per i propri progetti spesso, tra l'altro, deficitari di individui. O seguendo invece una tesi opposta si potrebbe ipotizzare che le ong preferiscono avere dei rapporti come dire, strategici con questi personaggi capaci di avere le mani dappertutto e contatti in ognidove.
L’unico ambito su cui bisogna (e spero di non dover dire bisognava) è proprio quello delle agenzie che garantisco servizio privato e "soldati a pagamento". Hanno mentito politici, media, giornalisti distratti o zittiti da direttori scrupolosi maestrini delle verità d’ufficio. Invece di inventare mediazioni, mediatori, e colpi di scena televisivi bisogna riflettere sul ruolo fondamentale di queste aziende di protezione che nella strategia dello scacchiere irakeno vengono considerate dalla guerriglia vere e proprie spine nel fianco perchè tappano i buchi aperti delle truppe d'invasione. I gruppi guerriglieri, i nuclei terroristi hanno ovviamente tutto l’interesse di a porre in crisi le organizzazioni private che garantiscono protezione a personaggi ed aziende che l’esercito USA non riuscirebbe a proteggere in misura adeguata.
Le due ragazze volontarie ora sono nelle mani di individui che per motivi radicalmente diversi dal loro ruolo in Iraq le usano come strumento di pressione vero il governo italiano che finge ovviamente di non sapere in qual senso il rapimento è stato messo in pratica. L’associazione Un Ponte per... che da anni cerca di organizzare in Iraq progetti che hanno l’esclusivo imperativo di concedere dignità e possibilità di vita ad una civiltà devastata da decenni di embargo prima ed ora da un’assurda guerra. Un Ponte per…ha iniziato a lavorare in Iraq molto prima che sulle sue città devastate si accendessero i riflettori delle tv di mezzo mondo. Un lavoro certosino, continuo, diuturno.
Era prioritario che il Ministro degli Esteri cercasse di smentire il frainteso dei gruppi terroristi ovvero di idenfiticare le due ragazze in relazione all’azienda di servizi di sicurezza. Era fondamentale che si facesse riferimento alla totale estranietà di queste ragazze al mondo “italiano” delle scorte e dei mercenari. Ma in questa vicenda sembra che più che a cuore del ritorno delle due donne ci sia la volontà non di far emergere la cancrena dei rapporti economici di imprenditori italiani che riescono ad entrare nel succulento mercato iracheno attraverso la mediazione militare dei servizi di scorta che ovviamente sapranno far pendere la bilancia dalla parte degli industriali italiani quando ve ne sarà bisogno. Godere di un esercito parallelo, non controllato dai media, che non conosce divise e morti dichiarate è forse in questa guerra l'elemento più delicatamente fondamentale ancor più perchè invisibile all'occhio ed all'orecchio dell'Occidente.
Queste due donne pagano sulla propria pelle le scelte imprenditoriali di alcuni italiani che ben hanno saputo dove affondare i canini della finanza ed ora spolpano l’osso dell’Iraq facendo finire tra le ferine ganasce due donne innocenti che in Iraq non erano per guadagnare stipendi lussuosi come militari ed imprenditori ma per portare avanti reali progetti di crescita sociale.
Indagare e riflettere sulle aziende italiane che in Irak speculano ed investono, capire che la gestione dei mercenari, in breve, è nelle mani di organizzazioni private italiane, questo è l’ambito unico su cui bisogna ragionare.
Mentre Rai e Mediaset continuano a mandare in onda i volti dolci e sorridenti delle due giovani ragazze non viene pronunciata su questa vicenda che una bugia perenne.
lunedì, settembre 20, 2004
Lo stato attuale dell'Arte Testo critico di Fabrizio Corselli
Come una eco lontana e sepolta tra le vetuste macerie del pensiero, che s'insinua tra le parole della Pizia mentre sé interroga sulla verità delle cose, così cade il timone e la chiglia della ragione al pari di una nave durante la tempesta, naufragando quieta tra le illusorie parole di Cassandra, sibilla. Una illusorietà, questa, che ben s'addice alla condizione artistica, contesa dall'una e dall'altra parte, da una molteplicità di falsi profeti che parlano con tracotanza per bocca dei loro superiori. Uno stato dell'incubazione quasi in deliquio per l'agognato accesso a quell'enkoimeterion dove i sogni prendono forma e le volontà dell'atto superiore conseguono il proprio corso; ma il risveglio è lì che aspetta l'infedele per essersi destato da un sonno apparente ancor prima che siano stati dispensati i voluti oracoli. L'artista ha lasciato da tempo immemore il tempio della divinità ARTE per erigere ed innalzare a sé stesso are pagane che perpetuino quella dimensione cultuale dell'ego, che purtroppo è ben lungi dall'essere accostata al termine di "narcisismo", inteso una volta per tutte nella sua più solenne accezione di preservazione della personale integrità artistica. Sè stessa più non concede al riflesso di uno specchio dorico, la spumeggiante Afrodite, poiché il Bello s'adagia tra l'illusione di un'imitata tragedia, siffatta per incantare il pubblico ed il regno umano con la magia del teatro. D'erica l'artista più non si nutre e del fiore di Asfodelo è già pasciuto e sazio, poiché egli non aspira alla gloria solenne e pacata dei Campi Elisi, ma attende con trenodica speranza che la barca di Acheronte tocchi l'ultima sponda, designando la morte dell'Arte; una sponda ultima, questa, non lambita da un serto di aureo ulivo ma ancor più soffregato dall'erba cinerea dei campi di Stinfalo. Codesta imbarcazione, la si osserva divergere verso miasmi e flutti che conoscono soltanto la ragione del ricordo e dell'oblio, verso zone oscure della mente in cui il fiume Lete lenisce il dolore di memorie ormai perdute nel tempo; memorie, sì, perdute e coperte dal tempo perché nel disvelarne la verità sottesa potrebbe esser annientato ogni intelletto, assuefatto alla visione di una realtà imposta da colui che in alto si erge. Tra le buie profondità del Tartaro e di Oinos, Euridice conduce la sua vita imbelle, al cospetto di ciniche verità assolute, infrante e rinnovate dai supplizianti ivi presenti, nell'attesa che Orfeo la conduca fuori da quell'abisso che continuamente concilia e feconda l'illusione di possedere tutto e in poco tempo, non più adeguandosi alle leggi meccaniche della natura; questa, la sottile piaga del genere umano e che nell'Arte trova il suo paradiso iperboreo. Così lo scudo viene scosso e percossa l'asta di Atena Promachos nel designare la vittoria e la sconfitta in battaglia; nessun eroe sul campo ad attestare il coraggio dell'uomo, una battaglia già persa in partenza quella dell'Arte, in cui un alito di vento, d'Eolo progenie, solleva le propaggini di uno scudo e di una veste appartenuti a coloro che hanno sacrificato la propria vita per un ideale. L'Arte è un ideale, non un punto d'arrivo o un dono da usurpare altresì agognare, come il conferimento dell'immortalità da parte di un dio. Poiché chi detiene il potere di vita e di morte sull'artista, è colui che al pari di Zeus, seduce e abbandona il nymphos della creazione, asservendola ad una superficiale e temporanea effusione del momento. La bidimensionalità illusoria dell'Arte non tarda a colpire e discende Nemesi gli scalini di un fato che non appartiene al mondo mortale, poiché lo strale incocca verso il reo, non per propria mano ma per mano di Era, della quale conquista il vello. Così Callisto è la prima a cadere non per gli ordini e i voleri della madrina di tutti i numi, ma solo per uno scherzo del destino, per di più dispensato dalla mano tesa di colei che in tal situazione fu regina d'Arcadia e mentore. Questo è il prezzo che uno scrittore, o artista che sia, paga per il rifiuto o il diniego d'assecondare la voluttà espressa dal giogo e dall'arroganza dell'egemonia celeste. L'affabilità ninfale dell'arte cela dietro di sé una falsa e pericolosa disponibilità ad esser compresa e posseduta da tutti, una concessione, sì visibile ma non tangibile; e allorquando tale palpabilità si fà più vicina come la fiera Callisto non disvelata ad Artemide arciera nel culminante atto della sua fine, la Morte, ecco sovviene. In un secondo tempo, uno straniero si fà avanti, sotto mentite spoglie, e così lo ius primae noctis reclama al pari della prostituzione sacra in Babilonia, mentre la sua figura viene fatta a brani dalla pura bestemmia di coloro che s'agitano come donne ciconie in qualità di baccanti a Dioniso care, nel credere di fare arte; e invece soggiacciono ai tentatrici canti delle sirene, come equipaggio disciolto al ramo maestro di una nave in balia di muse aptere. Cessato il canto d'incantata forgia, le creature del mare ritrovano la loro vera essenza in coloro che detengono il potere della parola, i quali, adesso, si svestono delle loro amorfe sembianze di semplici mortali per riprendere le chimeriche maschere di déi che intellegiscono dall'alto del loro Olimpo critico. E sempre dal monte più alto, Pan estromettono, in quanto degli déi il più brutto e goffo ma che in sé l'infinito trattiene affinché l'armonia del cosmo si mantenga eterna. Il terrore panico si diffonde nei loro cuori, perché la visione di ciò che rappresenta il vero potrebbe annichilirne per sempre le menti, fagocitandone i pensieri al pari delle fauci di Urano: l'uomo ha sempre avuto paura dell'infinito e di tutto ciò che ad esso è legato, di ciò che non trova chiaro e distinto, compreso l'atto della creazione. Alcuni di questi saggi prendono il nome di Cloto, altri di Lachesi ed ancora di Atropo, intessendo auree lodi, sviluppando e allungando la vita del loro protetto, finché terminato il proprio ciclo di estatica adorazione, il filo dell'abbondanza e dell'abuso viene reciso. La vita di un artista finisce ed un'altra vita inizia, perpetuando il ciclo inarrestabile dell'"Arte". S'apre adesso la volta celeste e cede il passo ad Eurinome dea di tutte le cose, la quale nella ricerca di un posto dove poggiarvi i piedi, divide il Caos in due metà, Cielo e Terra, compiendo con enfasi un'armonica danza sulle onde. Alle sue spalle, il fertile Vento di Borea incede con agitato moto, non permettendo che esso venga soffregato dalle mani del nume femminile, pertanto generando gli elementi costitutivi del mondo; così l'artista, al pari di Eurinome, in sé divide l'essenza del vero e del reale, allontanandosi dal perpetuo moto delle onde e solo percependo quell'afflato eolico dell'Arte che trapassa il suo corpo e sfugge, fecondandolo senza l'ausilio di una levatrice mortale. A questo punto, io mi chiedo: esiste ancora, in questa società, un futuro Prometeo che riesca a rubare ad un falso mondo il fuoco della ragione... ma ancor più dell'Arte?
martedì, settembre 07, 2004
'Ubik' di Philip k. Dick: la destrutturazione della fantascienza borghese
di Peter Fitting [da Intercom]
Ubik di Philip K.  Dick (1969) è, a mio parere, una delle opere più importanti degli anni 60 per le sue caratteristiche di decostruzione e allo stesso tempo tentativo di ricostruzione: esso mette a nudo le principali istanze della SF a livello ideologico, in termini di scienza e di finzione, e contemporaneamente tenta di lanciare uno sguardo su un futuro liberato dalle restrizioni che evidenzia. In questo romanzo, Dick ha fatto "esplodere" e ha trasceso il genere SF e il "romanzo di rappresentazione" di cui è parte. Due criteri in genere vengono usati al fine di "nobilitare" quelle opere di SF che si giudicano meritevoli di attenzione e possono essere inclusi nel curriculum universitario. Il primo si richiama a contenuti e intenzioni filosofiche o scientifiche del libro, in virtù delle quali questo viene definito come "scienza narrativizzata" (volgarizzazione) o come paradigma del metodo scientifico (estrapolazione) che può essere usato per sondare i nostri problemi contemporanei; per esempio, SF come letteratura utopica. Un "pedigree" di merito accademico può anche essere garantito sulla base di criteri formali, che riguardano la scoperta di qualità letterarie ed estetiche: attenzione verso lo stile, le immagini e le metafore, e verso la tendenza dell'opera allo stato dell'Arte Sublime (1). Questi tentativi di rendere rispettabile la SE tramite cooptazione in una qualche tradizione letteraria più ampia effettivamente ne sminuiscono le qualità specifiche o di genere. Così essi assumono un ruolo importante nella preservazione dello status quo letterario e, in maniera marginale, della società che l'università ha il ruolo di sostenere. Ma questo recupero di una critica conformista non può applicarsi a tutto ciò che c'è di buono nella SF, e in particolare agli scritti di Philip K. Dick. Gli scritti di Dick non sono facilmente includibili in ambiti accademici, in quanto i suoi romanzi sono, in apparenza, scritti male e senza accuratezza, con caratterizzazioni superficiali, trame confuse e altre simili deviazioni dal "buon scrivere . Questa apparente mancanza di attenzione nella scrittura, insieme ad una sovrabbondanza di dettagli e convenzioni della SE tradizionale, gli hanno guadagnato l'indifferenza sia da parte dei propugnatori dell'Arte Sublime che da parte di quelli della New Wave; mentre i suoi tentacolari, caotici prossimi futuri e il suo totale disinteresse per le virtù di razionalità e plausibilità futurologica della SF tradizionale gli ha reso avversi gli amanti della fantascienza più convenzionale ed estrapolativa (2). Comunque, questo saggio cercherà di mostrare, attraverso l'esempio di "Ubik", come la SE di Dick presenti un modello formale di scrittura più sovversivo, che indebolisce piuttosto che riconfermare il sistema repressivo in cui è stato prodotto, e attua in qualche modo una critica dei presupposti ideologici del genere SE e del romanzo tradizionale in genere.
COSI' COME LE SUE ALTRE NARRAZIONI, da Eye in the sky (1957) e The man in the high castle attraverso The three stigmata of Palmer Eldritch (1964) e A Maze of Death (1970), Ubik è centrato sul "problema della realtà" - sugli sforzi di un gruppo di persone di catturare una realtà elusiva, cangiante, a volte allucinatoria e spesso ostile. Il romanzo è divisibile senza difficoltà in due parti. Gli eventi che portano all'esplosione prendono posto su di un singolo piano di realtà che coinvolge la rivalità d'affari tra gli agenti psi della Hollis Talent e gli "inerziali" (anti-psi) della Runciter Associate. In seguito, dopo l'esplosione e la morte di Runciter, la realtà comincia a perdere la sua consistenza ed integrità. Nonostante Joe Chip e gli altri inerziali riescano a trasportare Runciter al Moratorium Diletti Fratelli dove i morti sono preservati in "semi-vita", uno stato "tra la vita piena e la morte" (cap.2), dove il soggetto può essere rianimato e può comunicare fino a quando la decrescente "attività encefalica" viene mantenuta - i tentativi di rianimare Runciter falliscono e sono sostituiti dagli sforzi degli inerziali per capire cosa stia succedendo a loro stessi, Messi di fronte ad una realtà ostile in disintegrazione, essi suppongono che vi siano due opposte forze al lavoro: "un processo di deterioramento" in cui la loro realtà invecchia e decade, e un'altra forza in contrasto con la prima che coinvolge inesplicabili manifestazioni del defunto Runciter. I loro tentativi di comprensione possono essere visti come differenti ipotesi che essi sviluppano e che occupano gran parte del romanzo: essi pensano che Runciter abbia registrato dei messaggi per loro prima di morire; che Runciter sia vivo e tenti di mettersi in contatto con loro dalla semi-vita; o che Pat (la moglie di Chip) sia un agente di Hollis e sia riuscita ad intrappolarli in un'illusione mentale. Ma, come ammette Joe Chip, non riescono a trovare una soluzione; alla fine, egli incontra Runciter che gli assicura che essi, non lui - sono stati uccisi nell'esplosione e ora sono uniti insieme nella semi-vita dove egli ha tentato ci comunicare con loro. E la visione disgregata degli inerziali di Des Moines nel 1939 è una costruzione mentale del ragazzo Jory, che mantiene la propria semi-vita nutrendosi della vitalità degli altri semi-morti. Ma questa spiegazione finale viene prima modificata, quando Chip inavvertitamente richiama nella sua illusione una persona vivente del futuro che rifornisce la sua provvista di Ubik, il "supporto alla realtà" che lo protegge da Jory; e quindi distrutta, quando Runciter, dopo aver lasciato il Moratorium, scopre che tutte le sue monete e banconote portano l'immagine di Joe Chip. Dalla prima menzione alla semi-vita - un fenomeno che, come dice Runciter, "aveva fatto impazzire i teologi" (cap.2), alla ricerca degli inerziali sul senso della loro esistenza e la loro consapevolezza delle forze della vita e della morte, "Ubik" gioca incessantemente con una dimensione metafisica. La semi-vita non è presentata come possibilità futura realistica (cioè, il romanzo non spiega come la semi-vita sia possibile, né esplora i problemi morali, etici o scientifici che potrebbe suscitare). Così il lettore può cominciare a considerare la semi-vita come una trasposizione narrativa del mondo dei fantasmi e degli spiriti in un romanzo di SE, dove la spiegazione si riferisce ad asserzioni pseude-scientifiche piuttosto che sovrannaturali. All'interno di questo contesto entrambe le "quest" per il significato esistenziale e per la lotta infinita tra le forze della vita e della morte, hanno tradizionalmente un significato metafisico. La ricerca di solito vuoi convincere il lettore che non solo c'è un significato discernibile nella realtà, ma che questo significato sta oltre o dietro la realtà osservabile (teleologia) e che l'uomo a volte riceve messaggi dall'aldilà circa il senso del reale (rivelazione divina). Jory, la forza negativa dell'illusione e della morte, è il demonio, in questa allegoria manichea, mentre i Runciter sono gli agenti dì Ubik, la forza preservatrice di vita che è chiaramente assimilabile a Dio: per il suo nome (dal latino "ubique", la radice di "ubiquità", uno degli attributi del Dio cristiano), per la sua funzione e più esplicitamente per l'epigrafe all'ultimo capitolo che richiama "in principio era il verbo" di Giovanni:
"Io sono Ubik. Prima che l'universo fosse, io sono. Ho creato i soli. Ho creato i pianeti. Ho creato gli esseri viventi e i luoghi in cui essi vivono; io li comando a mio giudizio. Vanno dove io dico, fanno ciò che io comando. Io sono la parola e il mio nome non è mai pronunciato, il nome che nessuno conosce, Io sono chiamato Ubik, ma questo non è il mio nome. Io sono. Io sarò in eterno." (cap.17)
Nonostante che il problema della realtà sia così posto in termini metafisici, le relative aspettative del lettore sono in definitiva frustrate e la metafisica rigettata. I personaggi sono incapaci di scoprire un qualsiasi significato finale, onnicomprensivo, e Joe Chip capisce, quando incontra Jory, che non c'è nulla dietro quella realtà: "Ebbene, pensò, ecco una delle due forze al lavoro; Jory è quella che ci sta distruggendo... che ci ha distrutti, all'infuori di me. Dietro Jory non c'è nulla; lui è la fine" (cap.15). E ancora, quando incontra Ella, esclama: "- Lei è l'altra forza, Jory che ci distrugge, e lei che cerca di aiutarci. Dietro di lei non c'è nessuno. Ho raggiunto l'ultima delle entità coinvolte" (cap.1§). Comunque la scoperta di Joe Chip dell'ultima entità coinvolta non è la scoperta di una causa prima o finale. Jory ed Ubik, nonostante possano essere visti come rappresentazioni allegoriche di Dio e del Demonio, sono limitati, senza dubbio, in alcuni aspetti cruciali che indeboliscono questa allegoria; o piuttosto, suggeriscono una critica di concetti idealisti quali appunto quelli di " Dio" e "Demonio". Difatti Jory "accelera" solamente il "normale raffreddamento" e la morte delle cose che è il "destino dell'universo" (cap.13). E neanche Jory pensa a sé stesso come al male; la sua stessa semi-vita, come racconta a Chip, dipende dalla sua abilità nel depredare i più deboli semi-vivi (cap.15), una dipendenza che richiama gli argomenti "ecologici" di Joe Chip nel difendere la Runciter Associate e gli anti-psi neutralizzatori degli psi: "(gli anti-psi) sono forme di vita che depredano gli psi, e gli psi sono a loro volta forme vitali che depredano i norm... Equilibrio, il circolo completo, predatore e preda. Sembra essere un sistema eterno. E, francamente, non vedo come possa essere migliorato" (cap.3). In termini metafisici, Ubik è anche analogo alla "grazia" cristiana, la divina assistenza data agli uomini per aiutarli nel passaggio attraverso la valle di lacrime terrestre nella quale sono caduti, verso la vita seguente e il premio del paradiso. La quest di Chip diventa, in larga parte, una ricerca di Ubik (come la ricerca di Perceval del Graal, simbolo della grazia e della redenzione cristiana), che lo protegge dalle forze del male e della morte (Jory). Comunque, il significato di Ubik come agente mediatore e segno indicatore di una realtà metafisica viene confutato da molti aspetti critici. Primo, esso protegge Chip mantenendolo in una realtà illusoria, mentre gli nasconde la realtà "reale" del moratorium. In modo simile la religione cristiana tradizionale ha reso accettabili i problemi e le ingiustizie umane della realtà affermando che questa esistenza è solo l'ombra di una realtà immateriale, ideale, e una preparazione per questa. Secondo, Ubik è dissacrato attraverso l'uso ironico delle epigrafi, di cui discuterò brevemente, e all'interno della stessa narrazione. In quanto, come Chip comprende (cap.16), Ubik è un'invenzione umana, un simbolo della stessa lotta dell'uomo contro l'entropia, piuttosto che dell'assistenza o guida divina in questa lotta. E l'ultimo riferimento a Ubik nella narrazione è un commento ironico sull'intervento divino: dopo che l'attraente ragazza materializzatasi dal futuro per portare a Joe Chip uno spray di Ubik scompare, lasciandolo a metà di un invito a pranzo, egli scopre un messaggio sul contenitore: "credo che il suo nome sia Mira Lanley. Vedi l'altro lato del contenitore per indirizzo e numero telefonico" (cap.16).
UN'EPIGRAFE SOTTO FORMA di "jingle" pubblicitario apre ciascun capitolo di "Ubik", eccetto l'ultimo, come abbiamo già visto, la cui epigrafe può comunque essere vista come un "super-cartellone teologico", che conferma lo strano connubio del romanzo tra religione e consumismo capitalistico. Questi comunicati commerciali, che hanno poco o niente a che fare con la narrazione, propongono Ubik come la migliore birra, il miglior caffè istantaneo, il migliore shampoo...
"Amici, questo è tempo di pulizie e noi stiamo svendendo tutti i nostri silenziosi Ubik elettrici a prezzi davvero ridicoli. Abbiamo gettato da parte il listino prezzi. E ricordate: ogni Ubik della nostra partita è stato usato secondo le istruzioni." (cap.1)
"Il miglior modo di chiedere una birra è chiedere ad alta voce Ubik. Ottenuta da luppolo selezionato, acqua di prima scelta, invecchiata lentamente per un aroma perfetto, Ubik è in tutta la nazione la birra migliore. Prodotta solo a Cleveland." (cap.2)
"Se avete problemi economici di qualsiasi natura, fate una visita all'impiegata della Ubik Risparmi e Prestiti. Lei cancellerà ogni preoccupazione dai vostri debiti. Supponiamo, per esempio, che voi prendiate in prestito cinquantanove postcrediti in un prestito consolidato. Dunque, gli interessi..." (cap.8)
Questi "messaggi commerciali" forniscono una riaffermazione della descrizione marxista di valore, in quanto Ubik è un equivalente universale (l'incarnazione del valore di scambio) che può rappresentare o rimpiazzare qualsiasi altro prodotto: sotto il capitalismo, ogni cosa ha il suo prezzo; mentre la presentazione di Ubik attraverso questi messaggi pone in rilievo l'esigenza del capitalismo di creare necessità (valori d'uso) nel consumatore. Inoltre le epigrafi, con la loro non pertinenza alla narrazione (dove Ubik è un "supporto alla realtà" contenuto in una bottiglietta spray e non viene menzionato fino al cap. 10), possono anche essere viste come una ulteriore sovversione del concetto metafisico di rappresentazione. Una epigrafe, come un titolo, ci si aspetta che serva da commento e/o sommario dei contenuti di un capitolo, come se il significato fosse "contenuto" nello scritto e si potesse riassumerlo nello stesso modo in cui le etichette ci dicono cosa si trova all'interno di un contenitore in un supermarket. Epigrafi facete o impertinenti (o intestazioni ai capitoli, come in A maze of death) sono una deliberata trasgressione che viola il contratto commerciale alla base del romanzo tradizionale. Le epigrafi ironicamente inappropriate ad ogni capitolo sono così un preludio ad un più complesso rifiuto di teleologia e metafisica in Ubik, che dipende da un riconoscimento delle presupposizioni metafisiche della stessa forma del romanzo. Il classico romanzo borghese è stato descritto dalla recente teoria letteraria francese come esso stesso una costruzione metafisica. Il romanzo è un medium rappresentativo, e il concetto di rappresentazione implica che il testo sia una riaffermazione di un qualche significato preesistente (3). Questa condizione riduce la lettura ad uno sguardo attraverso il testo verso un significato "reale", sia che questo provenga dalla realtà empirica, dal disegno cosciente dell'autore o dalle sue intenzioni inconsce. Questa predisposizione trascendente valorizza il significato mentre riduce il significante ad un mezzo. E perciò maschera e mistifica il testo stesso, sia nella sua materialità (la sua struttura) che nella sua produzione (l'atto della scrittura), nella stessa maniera in cui, come Marx ha dimostrato, i valori di scambio mascherano e mistificano il valore d'uso di un oggetto così come il concreto lavoro umano in esso investito (4). Il tradizionale "romanzo di rappresentazione" funge in questo modo da supporto ideologico del capitalismo: esso rinforza una concezione trascendente della realtà che mistifica l'attuale situazione dei modi di produzione capitalistica e delle risultanti espressioni e alienazioni. Sebbene le storie di SF rappresentino una realtà immaginaria, esse hanno tradizionalmente a che fare con la rappresentazione di "un'alternativa finzionale al mondo empirico dell'autore" che di solito è costituito e regolato da leggi conoscibili (5). Come in altri romanzi, c'è un significato discernibile e comprensibile che informa il romanzo di SF (e questo al di là di qualsiasi critica si possa portare ai "contenuti" del romanzo di SF tradizionale). Ma al lettore di Ubik è rifiutata qualsiasi interpretazione definitiva e finale. Alla fine del romanzo, il lettore sembra aver raggiunto la spiegazione completa degli eventi, accettando che Joe Chip e gli altri siano in semi-vita e che Runciter, vivo, tenti di mettersi in contatto con loro. L'usuale soddisfazione del lettore nel finire il libro e riadattare tutti i fatti precedenti deriva sia dalla conferma formale della propria concezione della realtà sia, nel caso di Ubik dal sollievo per aver finalmente risolto l'inquietante tensione tra realtà narrativa e illusione. Ma questa soddisfazione non dura a lungo, dato che Runciter, nel lasciare il Moratorium, scopre che le monete e le banconote nel suo portafoglio portano tutte l'immagine di Joe Chip (come, all'inizio della seconda parte del romanzo, Joe Chip e gli altri inerziali scoprono sulle loro monete l'effigie di Runciter) - un'indicazione che anche questa realtà è un'illusione. E il romanzo conclude, mentre Runciter guarda incredulo il suo denaro: "Questo era solo l'inizio": l'inizio di una infinita serie di realtà illusorie ma anche, per il lettore attento, l'inizio della fine di numerose illusioni circa la realtà e il romanzo. Non c'e una singola interpretazione soddisfacente di Ubik, compresa la mia, e l'aspettativa tradizionale del lettore - la scoperta di questa interpretazione - è frustrata. Tuttavia, questa frustrazione è intenzionale. Questo tipo di testo non è tanto una finestra che si apre su un significato trascendente, ma uno specchio che riflette lo sguardo del lettore, forzandolo ad uscire dai suoi parametri famigliari di lettura per trasferire l'attenzione sul funzionamento del romanzo come forma di manipolazione.
UBIK NON E' SOLO UNA DESTRUTTURAZIONE delle ideologie e delle implicazioni formali metafisiche del classico romanzo borghese, ma anche di ciò che Lem ha definito (in Solaris) come "le presupposizioni antropomorfiche della scienza e della SF". La scienza è espressamente demistificata, prima di tutto, attraverso la noncuranza per la plausibilità scientifica, e poi tramite la sola descrizione "scientifica" di un dispositivo tecnologico di tutto il romanzo:
"Una bombola spray di Ubik consiste di uno ionizzatore negativo portatile, con una unità autonoma ad alto voltaggio e basso amperaggio, una batteria ad elio di 25 KV. Agli ioni negativi viene impartita una rotazione antioraria da una camera di accelerazione accuratamente predisposta, che crea in essi una tendenza centripeta volta a farli aderire piuttosto che a disperderli. Un campo di ioni negativi diminuisce la velocità degli anti-protofasoni normalmente presenti nell'atmosfera; non appena la loro velocità è scesa, essi cessano di essere antiprotofasoni, e, per il principio della parità, non possono più combinarsi con i protofasoni irradiati dalle persone in congelamento; cioè da coloro che si trovano in semi-vita. Il risultato finale è che la proporzione di protofasoni non annullata dall'azione degli anti-protofasoni aumenta, e ciò significa, per un periodo determinato, un incremento nel campo di attività protofasonica... ciò che i semi-vivi provano come un aumento di vitalità e un abbassamento del grado di coscienza dello stato congelante".
Questo passaggio parodizza quel gergo scientifico che viene spesso usato più per nacondere l'ignoranza che per trasmettere informazioni o conoscenze (provate a leggere una descrizione del cancro, una malattia che la scienza può "descrivere" senza capirla). Inoltre Ubik è una critica del modo di percezione "a priori" che informa il pensiero scientifico e che la scienza spesso propone come principio obiettivo empirico (6). Dick intraprende questa critica dell'imperialismo scientifico portando la soggettività agli estremi per far ricordare - come ha fatto probabilmente nel modo più efficace in Clans of the Alphane Moon e A Maze of Death - che la posizione dell'osservatore è una prospettiva estremamente soggettiva da cui dedurre leggi universali; questa "realtà" è un costrutto mentale che può essere messo in dubbio in qualsiasi momento. La scrittura di Dick è stata spesso etichettata come schizofrenica, ma è tempo di riconoscere che questa non deve essere necessariamente una critica, che la schizofrenia può essere, per dirla con le parole di R.D.Laing in The Politics of Experience, una "rottura" piuttosto che un "crollo". Gli scritti di P.K.Dick sono un esempio di tale rottura, non solo nel senso di destrutturazione del romanzo di SF, ma anche di apertura di un varco attraverso i confini psicologici e percettivi impostici dal capitalismo. In quanto la repressione dell'individuo sotto il capitalismo va oltre l'ovvio meccanismo politico-militare o il controllo interno di polizia che Dick ha frequentemente denunciato nelle sue lettere pubbliche o nei discorsi. Essa si sviluppa anche in modo più subdolo e pericoloso attraverso il controllo e l'indirezione delle nostre forme di percezione e pensiero, costruendo una realtà radicalmente "altra", impensabile e orribilmente mostruosa. Il ben noto film di SF The Forbidden Planet (1956) per esempio, è una classica rappresentazione del tema dei "mostri dell'id", quelle energie libidinose di cui (dalla nozione di peccato originale alle teorie contemporanee sull'aggressività innata dell'uomo) abbiamo imparato a temere e diffidare, che la società cerca di dominare e controllare, e che vengono liberate dall'inconscio ogni volta che si allenta la veglia della coscienza individuale. A differenza di questo film che contiene un esplicito avvertimento contro la liberazione di questa forza, Voyage of the Space Beagle di Van Vogt rivela un accostamento più ambiguo verso la repressione. In quanto ciò che colpisce nel romanzo di Van Vogt (specie se si considera la sua dichiarata filosofia politica) non è tanto il viaggio di auto-scoperta o il famigliare tema SF della necessità di una sintesi e integrazione dei diversi metodi e discipline scientifiche in modo da raccogliere la sfida per cambiare il mondo, ma la narrazione di una serie di contatti tra umani e creature spaziali ostili. Come i mostri di The Forbidden Planet", queste creature sono simboli delle energie libidiche crude, non represse, che minacciano il tessuto e il funzionamento lineare del capitalismo. Ancora, nella presentazione di questi mostri possiamo intravvedere un implicito (o illecito) desiderio nei confronti della loro forza, il loro potere, che contraddice l'esplicito messaggio di contenimento scientifico di queste minaccie. Durante ciascun confronto, nel romanzo di Van Vogt, il lettore guarda per un certo tempo attraverso gli occhi del mostro sentendo e percependo la realtà secondo l'esperienza di quest'ultimo. Questa identificazione, per quanto breve, provoca ammirazione ed invidia. Ad un livello ancora più alto, questo è il caso di City di Simak, dove addirittura l'intera popolazione terrestre emigra su Giove quando a tutti viene offerta la possibilità di diventare come mostri. La SF di Dick si concentra meno sulla possibilità di liberazione di queste forze (l'uso dickiano dei mondi paralleli, l'esteriorizzazione della realtà interna) o sulla "reale" forma che possono assumere, che sull'erosione delle forme di controllo di cui sopra - le presupposizioni sulla forma del romanzo e sulla scienza. Benché la soluzione metafisica venga rifiutata, benché non sembri esserci una risposta finale alla questione di cosa sia la realtà, e benché per Dick non vi possa essere una singola realtà finale, c'e una piccola dose di pessimismo, nei finali di Dick, se comparati con il facile pessimismo della corrente letteratura della disperazione tanto di moda. Sebbene Ubik segni la fine di alcune delle nostre illusioni, esso è foriero di speranza nel suo rifiuto di chiudere il conflitto con un opportuno finale felice o infelice, nello stesso modo di un altro importante romanzo di SF degli anni 60, The Einstein Intersection di Delany. Nel mondo post-cataclismico di Delany, strani esseri mutanti percorrono la Terra e parlano di un futuro diverso e inconoscibile, verso il quale però essi muovono deliberatamente, con fiducia e desiderio. Ubik, attraverso la figura di Ella Runciter, propone anch'esso un diverso e imprevedibile futuro. Ella lascia la semi-vita per un "nuovo grembo", per "rinascere". Questa rinascita comincia con la dissoluzione della personalità, come si apprende dalla descrizione che Ella fa della fusione e della "crescita comune" di differenti personalità nella semi-vita. Ma questa rinascita non è descritta come reincarnazione: essa non implica la trasformazione in qualcosa di specifico, qualcosa che sia stato progettato o programmato; piuttosto si tratta di un'apertura verso nuove forme e possibilità collettive.
NOTE
(1) Il più recente studio di questo tipo è New worlds for old (1974) di David Ketterer, che attribuisce un "pedigree" alla SF facendola rientrare in una "forma accettata di letteratura" che Ketterer definisce come "apocalittica" (par.IX): "Se tanti insegnanti di letteratura dovessero essere convinti che la fantascienza è un'area meritevole di studio, si deve dimostrare ad essi che un romanzo come Martian Chronicles può aprire la via ad un'intensa analisi critica così come Moby Dick" (par.X). E per perfezionare questa accreditazione egli impiegherà una "strategia critica (che) coinvolga la considerazione comparativa, si spera mutualmente illuminante, delle manifestazioni fantascientifiche e non fantascientifiche o "classiche" dell 'immaginazione apocalittica" (par .X).
(2) Vedi l'energica risposta di S.Lem, "Philip K. Dick, czyli fantomatyka mimo woli" nel suo Fantastyka i Futurologia (Krakow 1973), 1:174-92. Una versione modificata di questo studio è apparsa in SF Commentary, 35, 36 e 37 (Set 1973) come "Science Fiction: un caso disperato - con un'eccezione". L'eccezione è Dick, di cui Lem scrive: "La superficie dei suoi libri mi appare cruda e rozza, connessa all'onnipresenza dei rifiuti... Dick non può contenere i rifiuti: piuttosto egli scatena un pandemonio e poi lo calma lungo il cammino. La sua metafisica spesso scade nella direzione dei trucchi da circo da quattro soldi. La sua prosa è minacciata da escrescenze incontrollate, specialmente quanto trabocca in una lunga serie di mostri fantastici, e quindi perde ogni sua funzione di messaggio".
(3) Questa discussione si basa largamente sulle teorie critiche del Gruppo Tel Quel: Tel Quel: theorie d'ensembie (Parigi 1968), in particolare agli scritti teoretici e critici di Roland Barthes, Jacques Derrida, Julia Kristeva, Jean Rìcardou e Philippe Sollers. Per un apprezzamento critico dei loro lavori vedi Fredric Jameson, The Prison House of Language (Princeton 1972), pp. 172-86.
(4) La teoria marxista del valore è spiegata nella parte 1, vol.1 del Capitale, "Prodotti e denaro". Nel 1914 Lenin riassunse questa teoria come segue: "Un prodotto è, prima di tutto, una cosa che soddisfa un bisogno umano; in secondo luogo, è una cosa che può essere scambiata per un'altra cosa. L'utilità di una cosa la rende un valore d'uso. Il valore di scambio (o semplicemente, il valore) è la base di ogni rapporto, proporzione, in cui un certo numero di valori d'uso di un certo tipo può essere scambiato con un certo numero di valori di scambio di un altro tipo... La loro caratteristica comune è quella di essere prodotti del lavoro... La produzione dei beni è un sistema di rapporti sociali in cui i produttori individuali creano diversi beni (la divisione sociale del lavoro), e in cui tutti questi prodotti sono rapportati agli altri nel processo dello scambio. Di conseguenza, ciò che è comune a tutti i prodotti non è il lavoro concreto di un definito settore produttivo, non il lavoro di un particolare tipo, ma il lavoro umano in astratto - lavoro umano in generale... Dopo una dettagliata analisi del duplice carattere del lavoro implicato nei prodotti, Marx procede ad esaminare la forma del valore e il denaro. Qui, il tentativo principale di Marx è quello di studiare l'origine della forma-denaro del valore, il processo storico di sviluppo dello scambio, che comincia con atti individuali ed accidentali di scambio... passando per la forma universale del valore, in cui un certo numero di prodotti diversi viene scambiato per uno e quel solo particolare prodotto, fino ad arrivare alla forma-denaro del valore, dove l'oro diventa questo particolare prodotto, l'equivalente universale. Come più alto prodotto dello sviluppo della produzione di scambi e merci, il denaro maschera, nasconde il carattere sociale di tutto il lavoro individuale, il legame sociale tra i produttori individuali uniti dal mercato". Collected Works (Mosca 1964), 21:59-61. Lo specifico parallelo tra valore e significato è sviluppato da J.J.Goux, "Marx et l'inscription du travail" (in Tel Quel, op.cit.: "i materiali fonici o scritturali diventano semplici segni, semplici significanti (di un significato esterno, trascendente); ma le loro funzioni di trasformazione (come mezzi di produzione) e le loro caratteristiche trasformate (come prodotti) sono ignorate. Il fatto è che qualsiasi significato è invece il prodotto di un lavoro sui segni e dei segni reali - il risultato della produzione testuale, ed è nascosto, così come il valore d'uso originale del denaro (l'oro o l'argento il cui valore deriva dal lavoro investito nella loro estrazione) in modo da ridurlo ad un segno secondario arbitrario, solo un segno" p.193.
(5) Darko Suvin, "On the poetics of the science fiction genre", College English 34 (1972):375
(6) In Solaris di Lem, il narratore descrive le teorie del Solarist Grastrom che "cerca di dimostrare che le più astratte conquiste della scienza, le più avanzate teorie e vittorie dei matematici non rappresentano niente di più di un'incerta progressione di uno o due passi dalla nostra rozza, preistorica, antropomorfica comprensione dell'universo intorno a noi. Egli individuò le corrispondenze con il corpo umano - la proiezione dei nostri sensi, la struttura della nostra organizzazione fisica, e i limiti fisiologici dell'uomo - nell'equazione della teoria della relatività, il teorema dei campi magnetici e le varie teorie dei campi unificati" (cap.11). L'investigazione delle presupposizionì ideologiche o metafisiche della scienza e del metodo scientifico così come la demistificazione delle pretese scientifiche di neutralità e obiettività sono state il soggetto di numerosi, interessanti e molto diversi studi negli ultimi anni, dall'importante Science Fiction et capitalisme: critique de la position de desir de la science (Parigi 1974) di Boris Eizykman fino a The sleepwalkers (1968) di Artbur Koestler e The politics of pure science (1967) di Daniel Greenburg. Per uno sguardo alle relazioni intercorrenti tra scienza, marxismo e fini politici e ai conseguenti successi e fallimenti in Unione Sovietica, vedi l'ottimo Science and philosophy in the Soviet Union (1972) di Loren Graham.
lunedì, settembre 06, 2004
Le tre stimmate di Palmer Eldritch: tra religione e realtà virtuale di Riccardo Valla
 Uno dei fenomeni che mi ha maggiormente colpito negli ultimi anni è la scomparsa della "social science fiction" dalle comuni letture. Chi legge ancora i romanzi di Pohl e Kornbluth o i racconti di Sheckley? I motivi sono vari, dall'affermarsi della fantascienza epica di Dune o della Fondazione che nel periodo dell'edonismo reaganiano ha cacciato via dal mercato la moneta diversa, alle carenze interne di molte di quelle storie "sociali", la cui contestazione contro l'establishment ci appare oggi come, parafrasando un vecchio titolo di Ballard, "gioco degli schermi" e "scultura di nuvole" e troppo grandi i peccati di omissione, per esempio nell'analizzare il rapporto tra l'Occidente e il Terzo Mondo. Le uniche opere dell'epoca che si leggano ancor oggi sono quelle di Dick; questo suggerisce che siano capaci di evidenziare agli occhi del lettore alcuni problemi dell'oggi, che siano opere forse classiche, nel senso che ogni generazione vi trova riflessi i propri interessi. A sostegno di questa seconda possibilità c'è la costante corrispondenza "profetica" tra l'opera di Dick e la realtà: in un suo vecchio romanzo, un candidato alla Presidenza veniva invitato a mostrarsi uguale ai suoi elettori andando a visitare alcune case d'appuntamento in orbita; qualche anno dopo, il candidato Jimmy Carter accoglieva un analogo suggerimento facendosi intervistare su "Playboy". Un esempio della corrispondenza "profetica" tra le immagini di Dick e la nostra realtà ci può essere suggerito da un suo romanzo del 1963-64, The Three Stigmata of Palmer Eldritch, che fa parte del suo gruppo di romanzi sulla "droga". Lasciamo da parte la tentazione di analizzare le scelte linguistiche dell'autore, ma è curioso come Proxima diventi Prox e trasmetta il senso del rappresentare qualcun altro; il protagonista Bulero sia in un certo senso un bull-hero, i pre-cog siano insieme piccoli elementi meccanici e truffatori, e soprattutto le due droghe Can-D e Chew-Z facciano venire in mente can-do e choose: mentre una non fa fare nulla - i coloni si lamentano di passare il tempo a litigare, sotto l'influsso della droga - e l'altra toglie le scelte alternative e condanna a ripetere il proprio passato, come accade a Mayerson quando cerca di ritornare, almeno nell'allucinazione, con la ex moglie. Sul linguaggio di Dick occorrerebbe uno studio completo, probabilmente dalla sua accettazione e dal suo rifiuto di taluni termini per reinventarli - prosthenics, tape transport - si potrebbero trarre suggerimenti sul suo intero rapporto con il mondo della fantascienza e non solo quello. Palmer Eldritch è un romanzo lineare nella prima parte e caotico nella seconda - dal momento in cui Bulero va alla conferenza stampa con l'intenzione di uccidere Eldritch - e alla solita indeterminatezza del tema del viaggio nel tempo, o meglio del suo equivalente costituito dalle informazioni fornite dai pre-cog, che presto degenerano in una regressione infinita, perché ciascuno dei due avversari vede nel futuro le mosse e le contromosse dell'altro, si somma lo spunto della "vita è sogno" o della farfalla di Chuang-tzu, non appena Bulero e Mayerson non possono più essere sicuri di vivere nel "grado zero" dell'esperienza, il mondo reale, e non in uno dei successivi livelli di allucinazione dentro l'allucinazione. E anche la forma della narrazione, con i suoi stacchi da un punto di vista all'altro, corrisponde al contenuto, tanto che come nella teoria delle ambiguità di Empson, il significato è costituito dalla somma di tutti i suoi significati, e si può solo ragionare in termini di probabilità dei vari esiti: Bulero ha davvero ucciso Eldritch nello spazio, e ha ucciso Eldritch o Mayerson? Sono tutti contaminati dalle stimmate o sono in un'ennesima allucinazione? Rispetto agli altri romanzi del periodo, PE è però quello che contiene la maggiore quantità di riferimenti religiosi manifesti o metaforici, e perciò soffermiamoci su quelli. Tra i contenuti manifesti, la droga Can-D "è come la religione" e porta a una conoscenza estatica: "in concert, the users' minds fused" (p. 26); a p. 36 apprendiamo che tra coloro che usano la droga è sorta una teologia: Sam Regan è un credente, "he affirmed the miracle of translation", in un episodio con la sua vicina che inizia a p. 39, con discorsi casuistici si propone la superiore realtà delle esperienze che si hanno sotto l'effetto del Can-D. Anche Palmer Eldritch è collegato a una dimensione religiosa: a p. 28 Bulero si chiede che cosa abbia trovato su Proxima quell'"Arcano Pellegrino" e si domanda se non abbia trovato Dio. Alla stessa conclusione arriva una delle sue ragazze, Miss Jurgens. Quanto al discorso metaforico sulla religione, il romanzo è attraversato da una struttura inferno-paradiso, in cui però solo la Terra viene descritta come inferno - per l'alta temperatura che vi regna - e i paradisi sono una struttura circolare: la residenza dei ricchi Winnie-ther-Pooh Acresdove abita Bulero è identica al paradiso che i coloni marziani sognano sotto l'effetto della Can-D, ma a sua volta Bulero invidia ai coloni la loro possibilità di evasione ("what is there of equal value to us?"). Che molte volte i luoghi abbiano un valore sacrale, è sottolineato dal modo in cui ci sono presentati. Marte è introdotto da un suono terribile che giunge dal cielo: "At ten in the morning a terrific horn, familiar to him, hooted Sam Regan out of his sleep" un clacson che è una sorta di "Tuba mirum spargens sonum per sepulcra regionum". A sua volta Bulero si sente un Messia (i suoi impiegati sono "all engaged in their various imitations of him") e Eldritch è associato alla morte fin dall'inizio, quando Bulero si chiede: "What did he find? Something worth his terminal crash on Pluto". Ciò che ha trovato al di là della vita ne valeva la perdita? Il problema a questo punto è se tutti questi elementi religiosi formino una struttura coerente e non banale. Naturalmente le strutture che possono emergere sono diverse, a seconda del paradigma con cui si cercano. Una struttura sufficientemente coerente e valida per il lettore di oggi mi pare tuttavia quella che ci può essere suggerita dalla fantascienza odierna, in particolare dalle ottiche derivate dai cyberpunk. Grazie a nuovi paradigmi sul pensiero, per esempio, oggi abbiamo chiara una distinzione tra software e hardware che trent'anni fa non potevamo avere. Analogamente l'esperienza dei giochi elettronici ci permette di dare nuovi significati ad alcuni vecchi dilemmi morali sull'opposizione tra realtà e sogno. L'autore che ho visto esprimere meglio il rovesciamento di prospettiva post-cyberpunk sulla virtual reality è Gregory Benford nel racconto del 1998 Al suono di una musica aliena. Nel racconto, i terrestri in visita a un pianeta "impossibile" (ossia con realizzazioni tecniche incomprensibili alla scienza dell'umanità) hanno l'impressione che i suoi abitanti facciano parte di un grande consesso galattico che vive in una realtà virtuale. Commenta il narratore:
"[Tra la cultura del nuovo pianeta e quella della Terra], dove l'evoluzione della società procedeva da più di un secolo parallelamente a quella dei computer, si presentava un'inquietante analogia. Alcune comunità delle regioni più progredite della Terra pensavano che la vita in tempo reale fosse un'esperienza pallida ed effimera. Dopotutto non si poteva archiviarla per riviverla, per riassaporarla finché non fosse divenuta una vera parte di se stessi. La vita reale serviva per una volta sola, poi veniva persa. Perciò, un numero sempre crescente di persone preferiva vivere in mondi resi totalmente volontari, troncati, mutilati, retti da tecnologie che esse potevano a malapena percepire come i vaghi limiti di una scelta per tutto il resto infinita."
Questo commento ricorda i vecchi manifesti del Surrealismo che vedevano il reale come un vincolo. Come si vede, Benford reimposta l'intero rapporto tra vita reale e realtà virtuale, non più intesa come una fuga dalle responsabilità o da se stessi, ma come accesso a un mondo mentale più vasto e libero, e la priorità della dimensione mentale su quella materiale. Non mi sembra un caso che proprio mentre si scrivono considerazioni come quelle di Benford cresca anche la celebrità di Dick, un autore che sfiorò questi argomenti in gran parte della sua produzione. Nelle Tre stigmate di Palmer Eldritch l'opposizione tra la realtà e le allucinazioni, nella vita dei coloni marziani, corrisponde a quella di Benford, con la differenza che oggi Benford può analizzare senza dare giudizi morali una vita solo virtuale, mentre fino a poco fa il suo discorso sarebbe stato visto come una difesa del "vizio": ne nasce una tensione che potrebbe spiegare l'interesse di Dick per un tema come la realtà della realtà. Nel parlare del romanzo, Dick stesso riconosceva che le sue ispirazioni erano state da una parte i giocattoli commerciali come la Barbie e dall'altra, per la figura di Palmer Eldritch, varie immagini di guerra, dai soldati della prima guerra mondiale in maschera antigas ai guerrieri con una maschera di ferro sul viso. Palmer Eldritch sembra dunque una figura di morte e infatti fin dall'inizio si parla del suo terminal crash. Scorre anche per tutto il romanzo l'idea del suicidio, di lasciare il mondo per raggiungerne uno migliore. Una tentazione a cui Bulero si oppone, anche se lo attrae quella di sacrificarsi messianicamente per il bene di tutti, ma che attira Mayerson e gli fa prendere la decisione di raggiungere Marte, dove avrà a disposizione i paradisi creati dalla droga di Bulero o da quella di Eldritch. A questo punto del romanzo, l'opposizione tra Bulero ed Eldritch è tra chi crede e chi non crede nell'Aldilà: mentre Bulero vede la sua droga soltanto in modo materialistico, fin dall'inizio Eldritch si presenta con lo slogan "Dio promette la vita eterna, noi ve la diamo". Dietro questa opposizione tra vita e morte, però, ce n'è una seconda, più profonda, tra vita e sogno, che oggi ci rimanda a quella, per noi più attuale, tra realtà "reale" e virtuale. Almeno, questo se consideriamo due aspetti del romanzo, il primo costituito dallo stesso Eldritch, il secondo dalla differenza tra le due droghe quale emerge dalla scena già citata tra i due coloni marziani. Innanzitutto il protagonista eponimo. Palmer Eldritch è già tale di nome e al suo ritorno lo è anche di fatto. Parte alla ricerca di Dio e presumibilmente lo trova, visto che "had gone to Prox a man and returned a god", p. 160. (E il Centauro è un luogo molto dickiano per trovare gli dei: in un altro suo romanzo incontriamo l'affermazione che Dio è morto, hanno trovato il suo corpo in orbita attorno al Centauro.) Ma che dio può avere trovato? La risposta più ovvia è il dio di cui porta già le stimmate. Il problema, qui come sempre, è se le stimmate siano metaforiche o metonimiche. In genere vengono esaminate per il loro contenuto metaforico, relativo alla loro posizione; però la natura delle stimmate in generale è metonimica: non fanno semplicemente allusione alle ferite di Cristo, come potrebbero fare se fossero solo dipinte, ma partecipano della natura di ferite. Il Dio incontrato da Eldritch è perciò il Dio dell'artificiale o più precisamente della sostituzione del naturale con qualcosa di fabbricato, dell'uomo con la macchina, della libertà con processi deterministici. Del resto il legame tra Eldritch e la macchina è presente fin da quando ci viene mostrato a p. 17 attraverso il punto di vista di Hnatt: "He had accomplished miracles in getting autofac production started on the colony planets". Miracoli inutili, perché su quei pianeti non ci sono consumatori e le produzioni si deteriorano. Nella scena sul pianeta Marte a cui mi riferisco, due coloni che avevano incominciato un corteggiamento virtuale entro l'allucinazione indotta dal Can-D, una volta terminato l'effetto della droga decidono di compiere nella realtà l'adulterio che stavano per compiere nel sogno. Questo corrisponde al modo in cui il produttore Bulero vede la droga (p. 26): "It often was brought out to add color to what otherwise might have passed as dull". Quindi l'opposizione sembra essere tra la droga di Bulero, l'uscita temporanea dalla realtà, intesa come un elemento inserito nella realtà stessa, e la droga di Eldritch, che invece si sostituisce completamente alla realtà e la cancella. Tradizionalmente, questo secondo modo è condannato dalla cultura umanistica, sia negli anni 60 sia una trentina d'anni prima, quando Huxley parlava del soma del Mondo nuovo. Dick come umanista lo condanna, associandolo alla figura di Palmer Eldritch, figura di morte che simboleggia la morte del libero arbitrio e la sua sostituzione con processi meccanici o esterni, ma Dick sente anche il fascino del "sogno" e per risolvere questa tensione sdoppia le droghe e i personaggi che le rappresentano. Dietro di essi però il lettore odierno vede la tematica molto attuale delle parole di Benford e questo fa sì che Dick sia pressoché il solo autore della sua generazione a essere letto ancor oggi.
venerdì, settembre 03, 2004
L'annosa questione Mondadori: appunti 2004
di Wu Ming 1
[Recentemente, con molta cortesia e disponibilità al dialogo, i frequentatori del forum telematico di un noto settimanale musicale mi hanno invitato a dire la mia/la nostra sul ronzino di battaglia di alcuni pubblicisti, vale a dire: pubblicare con Einaudi (che è nel gruppo Mondadori) equivarrebbe di per sé a fare il gioco di B*******. Su questa cosa abbiamo risposto diverse dozzine di volte, su vari livelli, in forma scritta e in forma orale, fino ad annoiarci e ad annoiare. Sinceramente, mi si rivoltava lo stomaco a ripetere tutto il discorso, ma ho pensato: magari è un'occasione migliore di altre. Magari puoi farlo una volta per tutte. Con notevole sforzo di sintesi, ho cercato di spiegare i motivi per cui noi (noi Wu Ming, ma vale anche per altri autori) non la pensiamo affatto come quei pubblicisti. Quello che segue è un montaggio dei miei interventi.]
1. Premessa: i due cancri
Il problema qual è? E' il "conflitto d'interessi". Il conflitto d'interessi è stato creato dalla discesa in campo di B********. Egli è "sceso in campo" perché sennò finiva in galera. La politica è, in pratica, il covo in cui trascorre una latitanza dorata. Ergo, per catturarlo occorre assediare ed espugnare il covo. Tutto il resto è un palliativo per la coscienza, un'illusione di fare qualcosa di significativo. E' un problema eminentemente politico, e va affrontato nell'arena politica, non altrove: B********. va defenestrato da Palazzo Chigi e mandato a casa (ergo in galera, o in esilio, o in clinica etc.). L'incapacità dell'opposizione ufficiale a ottenere questo risultato è sotto gli occhi di tutti, ma a chi va imputata? Molto semplicemente, va imputata a chi la dirige, cioè i vari Fassino, D'Alema, Rutelli e compagnia floscia. Con costoro, è come curarsi il cancro al fegato facendosene venire uno al pancreas sperando che quest'ultimo divori il primo. Finisce che muori con due cancri, come una candela accesa da entrambe le parti.
2. Capri espiatori
Questo stato di cose produce frustrazione, è ben comprensibile. Ciò che invece non comprendo è l'atteggiamento di chi cerca capri espiatori dalla stessa parte della barricata, bersagli su cui indirizzare l'ira del popolino, come ha cercato di fare qualcuno gettando la croce addosso ai lavoratori culturali anti-b*******ani (artisti, scrittori etc.) presuntamente "collaborazionisti". Questi ultimi in realtà sono tra i più desiderosi che B******* se ne vada, con ogni mezzo necessario, proprio perché non vedono l'ora che finisca l'equivoco. Perché l'equivoco c'è, nessuno l'ha mai negato. Il punto è: ogni equivoco rivela una contraddizione, e le contraddizioni non vanno negate ma acuite, usate per produrre crisi e nuove contraddizioni. "Niente resta uguale a se stesso / la contraddizione muove tutto", cantavano gli Stormy Six. In cinese contraddizione si dice "mao dun", cioè "da una parte la lancia, dall'altra lo scudo". Dove lancia e scudo cozzano l'una contro l'altro, si produce la storia.
3. Resistere un minuto più del padrone
Noi sappiamo benissimo una cosa: i nostri interessi NON coincidono con quelli di B********: dalla sua rovina noi abbiamo un mondo intero da guadagnare. L'Einaudi esiste da prima che costui nascesse, ed esisterà in qualche forma anche dopo il suo crollo. Se quest'ultimo cade, ma cade davvero, perde anche il suo impero multimediale e si toglie dai coglioni, mentre i libri continueranno a essere scritti e letti, e noi continueremo a raccontare storie. Non dovrebbe essere difficile trovare un compratore per il catalogo Einaudi, storico e prestigioso com'è. Di certo noi non ce ne andremo prima che succeda tutto questo ("resistere un minuto più del padrone", diceva un vecchio slogan operaista), a meno di non essere cacciati. Non ce ne andiamo perché dentro l'Einaudi abbiamo vinto tutte le battaglie, perché abbiamo piena autonomia, e perché con tutti i suoi limiti rimane la migliore casa editrice del Paese.
4. Quinte colonne e "sindrome di Tafazzi"
Ogni guerriglia che si rispetti, culturale o militare che sia, cerca di valorizzare in ogni modo le "quinte colonne", cioè chi è in grado di muoversi nel territorio nemico. Dirò di più: ogni lotta che si rispetti fa di tutto per valorizzarle, si veda l'esempio del marxismo, che cercò il soggetto rivoluzionario proprio nei lavoratori più interni al processo di produzione industriale, alle contraddizioni primarie del capitale. Attaccare istericamente le potenziali "quinte colonne" anziché sfruttare la loro posizione. Esporle al pubblico linciaggio anziché sostenerle. Augurarsi che il nemico le isoli anziché facilitare la loro opera di proselitismo: tutto questo è demenziale e controproducente da ogni punto di vista: politico, militare, etico. Facendo così si crede di "boicottare B*******", e invece si fa il gioco dei b*******ani che lavorano dentro le sue imprese culturali. La grande quantità di anti-b*******ani dentro il gruppo Mondadori (non solo autori, ma anche direttori di collana, cosa che fa andare fuori di testa la stampa di destra), e la forza contrattuale di cui costoro dispongono per poter fare operazioni non allineate, dipende dal successo di tali operazioni. Negli ultimi anni, le polemiche "boicottomaniache" hanno rischiato di fare il gioco degli yes men, dei leccaculo: chi chiede agli autori di sinistra di "andarsene da Mondadori" non capisce che così facendo il loro posto nella casa editrice e nell'immaginario collettivo (una posizione a dir poco strategica) sarebbe preso da autori e manager di destra (i quali non vedono l'ora), con piena libertà di spargere la loro merda incontrastati.
5. Crisi del b*******smo ed egemonia culturale
E' convinzione diffusa che se il b******ismo è in crisi è perché i disastri che ha prodotto sono sotto gli occhi di sempre più gente. Se ci si riflette bene, si vedrà che è proprio il contrario: i disastri sono sotto gli occhi di sempre più gente perché il b*******ismo è in crisi, ed è in crisi perché nonostante lo strapotere mediatico non riesce a "sfondare" sul piano dell'egemonia culturale. Uso la parola "Cultura" nella sua accezione più vasta: "complesso di cognizioni, tradizioni, procedimenti tecnici, tipi di comportamento e sim., trasmessi e usati sistematicamente, caratteristici di un dato gruppo sociale, di un popolo, di un gruppo di popoli o dell'intera umanità" (così dice lo Zingarelli). Non a caso, è il principale argomento delle lamentazioni della destra, dei vari Panebianco, Galli Della Loggia etc. La cosiddetta "egemonia culturale della sinistra". Su quel piano, il b******ismo ha incontrato la resistenza - a volte attiva, a volte solo passiva ma è già abbastanza - di una società civile estesa e articolata, fatta di circoli e associazioni di varia natura, di tradizioni di famiglia e compagnie di amici, di comunità d'ogni genere e piccole istituzioni, di blog e forum telematici, di informazione e comunicazione "altre". C'è una fetta di Paese, una buona metà, che non ci sta a essere "b*******izzata". La mera esistenza di questa fetta di Paese rende impossibile mettere tutta la polvere sotto il tappeto del consenso: il tappeto non è abbastanza grande. A dimostrare che il "b******ismo" non sfonda, c'è anche il fatto che le sue imprese culturali pullulano di non-b*******ani, di sinistrorsi, di persone e gruppi che non solo non condividono la sua visione del mondo, ma la combattono attivamente, propugnandone un'altra, quella che lui aborre. [In parole povere: "intellettuale berlusconiano" è una contraddizione in termini] All'interno di questa contesa, il ruolo di questi ultimi può essere prezioso: operano nei punti in cui la contraddizione è alta ma in equilibrio, la corda è tesa ma non tanto da spezzarsi. E' lì che ci troviamo noi: sulla contraddizione tra potere contrattuale conquistato grazie al successo [in parole povere: il nostro prodotto tira] e scomodità politica, in un settore di mercato più piccolo e meno vistoso della TV, dove i nodi vengono al pettine più lentamente, senza "diktat bulgari" come quelli subiti da Biagi, Luttazzi e Santoro. Il fatto che noi e altri ci troviamo lì è già di per sé una testimonianza importante. Sarebbe bello capire come valorizzare ancor più la nostra posizione per acuire la crisi del b******ismo, anziché metterci in difficoltà con richieste ricattatorie, improperi, insulti ("mafiosi" etc.) e calunnie, come da tempo fa qualcuno. Non ha senso negare che all'interno delle aziende di B******* esistono molteplicità e contraddizioni su cui non è in grado di intervenire come vorrebbe. Anzi, col tempo aumentano le reazioni isteriche che acuiscono le contraddizioni: Mediaset che querela - perdendo la causa in modo ignominioso - Sabina Guzzanti, che è uno dei nemici pubblici n.1 per la stampa di destra, a cominciare dal Foglio. Forza Italia che, invano, fa pressioni perché non vada in scena L'anonimo bicefalo di Dario Fo. La Guzzanti e Fo pubblicano per Einaudi, la contraddizione è al suo massimo di fecondità culturale, la battaglia per l'egemonia non potrebbe andare meglio di così. Attaccarli perché pubblicano per Einaudi significa non aver capito nulla della situazione.
6. B******** è sopravvalutato
Secondo me l'errore principale è vedere B******* come onnipotente, come più influente di quel che è, come un grande comunicatore, un grande stratega, un grande calcolatore, l'Unico Problema del Paese, il grande Satana. Non è niente di tutto questo, è una persona mediocre intrappolata in un gioco più grande di lui, e tutti quei simulacri (costruiti dai suoi PR e accettati come reali anche a sinistra, dove spesso si è "più b*******ani dei b*******ani", perché - anche se li si rovescia in negativo - ci si adegua comunque agli stereotipi diffusi dalla sua propaganda), tutti quei simulacri sono in pezzi. Il b******ismo come ideologia è in una fase di crisi strutturale. Possono salvarlo solo gli "antib*******ani" che non se ne accorgono. Da tempo, da almeno una decina d'anni, B******* non può più esistere unicamente come imprenditore: può restare in sella solo se riesce a tenere insieme le immagini di imprenditore, politico, uomo pubblico e neo-padre della Patria. Senza queste ultime caratterizzazioni, come imprenditore sarebbe finito da un pezzo, però sono entrate in crisi anche quelle, anzi, sono l'anello debole di tutta la catena semiotica ed è lì che bisogna concentrare l'intervento critico, non sulla Mondadori o quant'altro. Occorre accorgersi per tempo di quest'indebolimento, di questo disvelamento tipo Essi vivono di John Carpenter. B******* ha perso le amministrative del 2002. Ha perso le amministrative del 2003. Ha perso le amministrative del 2004. Ha perso le europee del 2004 nonostante si fosse speso personalmente e in modo spasmodico. Ha perso feudi molto importanti dal punto di vista simbolico come Verona, la provincia di Milano, svariati capoluoghi del Sud etc. Ha perso Bologna - e in modo rovinoso - dopo soli cinque anni. Durante il semestre europeo si è fatto ridere dietro da tutto il mondo e non ha portato a casa nessun risultato. La Corte Costituzionale ha bocciato il Lodo Schifani. La Corte Costituzionale ha bocciato gli articoli-chiave della Bossi-Fini. Previti è stato condannato a undici anni per la vicenda Imi-Sir, sentenza che il governo aveva fatto DI TUTTO per scongiurare. Dell'Utri è stato condannato a due anni per estorsione. Dell'Utri ha perso la causa per diffamazione contro la Kaos libri. Mediaset ha perso la causa per diffamazione contro la Guzzanti. I figli del premier sono inquisiti per lo scandalo diritti esteri tv. La questione Telekom Serbia, su cui il governo aveva puntato parecchio e scatenato i suoi giornali, si è sgonfiata come una logora camera d'aria. La commissione Mitrokhin, che doveva essere un suo fiore all'occhiello, è data per dispersa. La spedizione in Iraq sta andando malissimo e il nostro è l'unico paese dell'Europa continentale a essersi lasciato intrappolare laggiù. Le tensioni interne alla coalizione di governo sono ai massimi. Tre ministri e quattro sottosegretari sono già stati costretti a dimettersi, compreso Tremonti, quello su cui B******* contava di più. Questo governo sta spaccando il Paese in modo trasversale su questioni come fecondazione assistita, aborto etc. Se B****** sta ancora lì è perché in Parlamento, pur con tutti gli scricchiolii e i franchi tiratori, ha una maggioranza molto vasta, per colpa di quelli che hanno voluto il sistema maggioritario nel '92. Al di là di questo, a fare schifo è l'opposizione ufficiale, con le sue "regole", il suo senso di "responsabilità", la sua voglia di "rispettabilità", il suo dogma della "stabilità", la sua eterna rincorsa "al centro" in cerca di un voto "moderato" che, in un Paese più polarizzato che mai, conta molto meno di quel che loro credono. I punti che segna B******* non li segna di propria iniziativa: li segna perché dall'altra parte si fa di tutto per agevolarlo. L'ultima uscita di Rutelli sul fatto che una volta al governo l'Ulivo NON abrogherà le leggi fatte dal centrodestra la dice lunga. B******i non è affatto un genio né un bravo stratega: sono gli altri a essere dei perfetti coglioni. Non ci fossero costoro, di questo governo in crisi e in verifica perenne, alla guida sempre più precaria di un paese avvilito e impoverito, ce ne saremmo già sbarazzati da tempo.
7. Non esiste conflitto "fuori dal Sistema"
Non penso di lavorare contro un generico "Sistema", parola fuorviante che vuol dire tutto e niente. Se un sistema sociale esiste, è quello capitalistico. Altri non ne vedo. E' il sistema della forma-merce, del denaro come equivalente generale delle merci, della vendita di forza-lavoro etc. Nessuno di noi ne è fuori, nemmeno il più autarchico dei fanzinari che non si è ancora spostato dalla carta al web, nemmeno il più isolato dei monaci nepalesi, nemmeno gli ultimi Yanomano dell'Amazzonia. Io cerco di affermare certe logiche e superarne certe altre, dentro il sistema, come tutti. Se davvero c'è qualcuno che crede di "combattere il sistema" da un ipotetico "esterno", sta prendendo in giro se stesso e gli altri. Le lotte per cambiare il sistema (operaie, studentesche, ambientali, per la ridistribuzione del reddito etc.), anche le più dirompenti, hanno sempre luogo dentro, anzi, la loro internità è la conditio sine qua non perché abbiano luogo: se ci fosse la possibilità di uscire dal capitalismo, perché perdere tempo a lottare per cambiarlo? Basterebbe fare un passo e uscirne. Ma è impossibile. Un esempio: lottare per il dis-inquinamento è incompatibile con il rifiuto della scienza e della tecnologia, perché è quest'ultima a permetterci di dis-inquinare (energie rinnovabili, trasporto all'idrogeno etc.) Allora, visto che siamo tutti dentro il sistema, tanto chi vi si adagia acriticamente tanto chi cerca di cambiarlo o superarlo, tanto vale rimboccarsi le maniche. Si può quel che si fa. E sarà sempre meglio fare i cavalli di Troia che accontentarsi di essere bestie da soma.
La cultura e la comunicazione indipendenti possono essere promosse anche da postazioni interne alle major, è quello che cerchiamo di fare da sempre, sovente riuscendoci. La prima mossa che facemmo dopo il successo di Q fu convincere l'Einaudi a comprare i diritti e il progetto grafico di una nostra antologia che era uscita anni prima per l'AAA di Piermario Ciani e Vittore Baroni. Con quei soldi, l'AAA saldò alcuni debiti e vide il proprio operato "storicizzato" in una produzione Einaudi. Nel retro della seconda edizione di Q segnalammo come lettura complementare al romanzo il nostro saggio Nemici dello Stato, uscito per Derive Approdi. Anche grazie a quella segnalazione, il saggio andò esaurito. Nel sito ufficiale del film che abbiamo scritto, che ha un numero di visite molto alto, abbiamo messo banners a libri ShaKe, Derive Approdi e link a realtà editoriali anche più oscure, oltreché a siti di movimento, di controinchiesta sulle morti da Legge Reale etc., sui processi in corso a Genova (con tanto di appello a sostenere le spese legali etc.) Insomma, si usano i soldi della Fandango (e di Medusa, addirittura) per produrre una ricaduta positiva su tutto un network di esperienze "grassroots". Ora che il nostro è un "marchio" abbastanza noto, lo usiamo per scrivere prefazioni e post-fazioni a libri editi da editori indipendenti. In generale, ci consideriamo un cavallo di Troia e cerchiamo di usare il nostro essere "al di quà delle mura" per aprire il portone e far passare cose (e persone) più underground (anche se oggi l'opposizione tra mainstream e underground ha meno senso di un tempo). Tentiamo di farlo con i nostri siti, con Giap, con Nandropausa, con i link.
[Nell'industria discografica è mooolto più difficile, ma non impossibile. Si pensi alle campagne che porta avanti un gruppo come i Chumbawamba.] Insomma, passare a una major non significa per forza abbandonare l'ambito indipendente. Certo, non sempre si trovano le condizioni e gli interlocutori per riuscire a creare un simile contesto. Ma non significa che non esistano. E' una fase di gran subbuglio, molte cose possono succedere, molte contraddizioni possono acuirsi.
Non so, spero di essermi spiegato. Meglio di così non saprei fare. In ogni caso, sappiate che la nostra, giusta o sbagliata che sia, è una strategia consapevole, pubblicamente dichiarata e perseguita da ormai un decennio. Nessun aspirante Catone può permettersi di descriverla come qualcosa di losco, occulto e disonesto.
Wu Ming 1, 1/2 settembre 2004
domenica, agosto 29, 2004
APPELLO PER SALVARE
IL CASTELLO DI PUNTA TROIA
DELL’ISOLA DI MARETTIMO
Il Castello di Punta Troia di Marettimo è patrimonio pubblico dal 2000 grazie all’iniziativa del Comune di Favignana – Isole Egadi che lo acquistò per 142 milioni di vecchie lire sottraendolo alla vendita all’asta del Ministero delle Finanze ed evitando così possibili speculazioni.
La mancanza di fondi per procedere al restauro ha un duplice effetto negativo: da un lato il progressivo degrado della struttura, dall’altro la minaccia che il mancato utilizzo dell’edificio lo rimetta nel mercato degli interessi diversi da quelli auspicati di fruizione pubblica.
Il progetto di utilizzo indicato dall’Associazione C.S.R.T. “Marettimo” prevedeva, oltre alla realizzazione di un museo nel corpo basso fuori le mura del castello, la creazione di un centro di Biologia Marina e di tutela dell’ambiente in genere e un punto di avvistamento e controllo dell’Area Marina Protetta Isole Egadi la più grande d’Europa.
Uno spazio naturale e ideale, quindi, per poter svolgere una serie di attività legate al mondo ambientale. Un luogo di incontro in cui studiosi e ricercatori, pescatori e gente di mare , rappresentanti di istituzioni e associazioni potrebbero dibattere e discutere sull’immenso mondo del mare e su tutto il patrimonio naturalistico dell’arcipelago delle Egadi.
Un grido di allarme e un ulteriore appello, quindi, a tutte quelle istituzioni e uomini che possono contribuire a recuperare e ridare splendore a quest’antica fortezza sul mare.
associazione marettimo
acsrtmarettimo@libero.it
sabato, agosto 21, 2004
Olimpia: il respiro dell'eternità
Iniziativa di Fabrizio CorselliStesura Poesia mitica Scadenza 20 /10 / 2004
Sotto i percossi afflati dello spirito olimpico che tutto avvolge al pari di quei moti eolici che divergono le vele di Odisseo verso la propria patria, tale iniziativa si prefigge di celebrare le discipline sportive nel loro pieno carattere universale, attraverso la rievocazione dei paradigmi mitici greci e di riscoprire il gusto ed il fascino della poesia agonale.
Nota.1 – Ognuno potrà partecipare con un limite di temi sviluppabili in base alla schemo previsto dall’iniziativa (vedi Note di compilazione). Il massimo è di due temi.
Nota.2 – La partecipazione è aperta a tutti coloro che desiderino cimentarsi nella stesura di una poesia mitica che abbia come tema una disciplina sportiva (secondo lo schema previsto). La partecipazione è Gratuita.
Nota.3 – Data di scadenza per la consegna degli elaborati: 20/10/2004. Tutti gli elaborati dovranno pervenire entro tale termine. L’nvio oltre il termine stabilito sarà causa d’esclusione dalla Selezione.
Nota.4 – Ognuno può partecipare con opere originali ed in lingua italiana, purché inedite e non obbligatoriamente aderenti allo stile e cultura del tempo in cui si attuarono le Olimpiadi. Per questo, l’iniziativa non si configura come una emulazione dello stile classico, ma cerca di riprendere il tono che spetta ad esso in vista della stesura di un mito greco. Lo scrittore è libero di ben conciliare - come meglio creda - il paradigma mitico scelto e la disciplina sportiva, oggetto della poesia.
Nota.5 – Tema da sviluppare e Note di Compilazione: le linee guida vanno sviluppate secondo lo schema a seguire, sempre però assecondando la liberta nel momento della stesura ed attenendosi al numero di versi richiesti. Il partecipante può scegliere di sviluppare tanto una disciplina sportiva quanto un’altra o concedersi una celebrazione della città di Olimpia o ancora delle stesse Olimpiadi (pur sempre attraverso il parallelismo con un mito greco, scelto per i fini della stesura).
1) Celebrazione di Olimpia (dai 20 ai 45 versi)* 2) Celebrazione delle Olimpiadi (dai 45 ai 90 versi) 3) Disciplina sportiva (dai 35 ai 50 versi) ** 4) Disciplina sportiva delle Olimpiadi classiche e Vincitori (dai 25 ai 42 versi) ***
* La celebrazione di Olimpia così come la rievocazione delle stesse Olimpiadi, potrebbe essere usata per la costituzione finale di un’opera definitiva, assumendo quì la funzione di Proemio. Quindi, in base al numero di temi sviluppati, si opterà per la formazione di tale opera, resa organica in funzione delle finalità prefissatesi. Per rendere più facile l’approccio alla celebrazione di Olimpia, si veda il mito di Enomao e Pélope.
**la disciplina sportiva dovrà essere obbligatoriamente celebrata attraverso un paradigma mitico; ad esempio celebrare il Tiro con l’Arco attraverso il mito di Artemide Arciera, o il Salto in Alto attraverso il Volo di Icaro, ed ancora la Fiamma di Olimpia con il Fuoco di Efesto. Si lascia piena libertà all’intuito dello scrittore, ed alla sua capacità di scelta per una migliore resa.
*** questa sezione viene intesa come una vera e propria forma di aderenza al mondo classico delle Olimpiadi, concentrandosi nell’atto della rievocazione a nomi che hanno fatto la storia di tali attività sportive, come ad esempio Alcibiade, o Euridamo da Cirene, o ancora Terpandro di Sparta, al quale si deve il passaggio dalla lira tetracorde a versione eptacorde. In questa sezione, vengono annoverati inoltre tutti quanti i vincitori delle diverse manifestazioni panelleniche come le Istmiche, le Pitiche, le Nemee e le Panatenee.
A seguire, una lista di massima delle discipline dei giochi panellenici: Gare equestri - Carro - Corsiero
Gare Atletiche - Stadio - Corsa Doppia - Corsa Lunga - Corsa in Armi - Lotta - Pugilato - Pentatlo - Pancrazio
Gare Musicali - Citarodo
- Aulodo - Auleta - Auleta per Coro
Note metrico-stilistiche: Non vi sono obblighi sul metodo di stesura metrica. Chi però non volesse usufruire del verso libero ma volesse adottare nello specifico un metro poetico, potrà usare il distico elegiaco o la forma dell’epinicio (consigliati). La scelta rimane sempre del partecipante nella sua piena libertà. L’importante è che si riesca a dare una certa atmosfera del momento e della consona cultura del tempo in cui avvenne la vicenda, ovvero risultino aderire maggiormente per qualità compositiva e raffinatezza stilistica al senso del mito (questa esortazione vale solo se scelta l’applicazione di uno stile metrico).
... Gli elaborati dovranno essere inviati, per via cartacea a: Fabrizio Corselli, Via Alcide De Gasperi, 90 CAP 90146 Palermo come dattiloscritti in 3 copie, di cui una dovrà contenere le generalità e la firma dell’autore (È obbligatorio inserire, almeno: Nome, Cognome, Età, Titolo delle poesie partecipanti e la relativa certificazione di originalità e di inedito nella forma “Dichiaro che l’opera (Titolo dell’elaborato) è di mia creazione ed inedita”. La certificazione sarà replicata alla stessa maniera nel caso di una seconda poesia partecipante. La copia firmata dell’elaborato, dovrà essere inserita, in busta chiusa a parte, dentro una busta più grande che conterrà solamente le altre tre copie anonime. La busta a parte non dovrà presentare esternamente nessuna generalità dell’autore.
Nota.6 – Non è ammesso partecipare con opere che abbiano già concorso in altri premi letterari o che siano state pubblicate in altre collettive antologiche o quotidiani o riviste on line…
Nota.7 – Si declinano ogni responsabilità per eventuali disguidi durante l’invio della email.
Nota.8 – I dati personali sono tutelati secondo le norme vigenti sulla Privacy dell’articolo 675/96.
Nota.9 – I Risultati saranno comunicati ai relativi partecipanti in tempo debito, prima della riorganizzazione del materiale in vista dell’opera finale.
Nota.10 – La partecipazione all’iniziativa implica l’incondizionata accettazione del presente regolamento.
Nota.11 Finalità. I suddetti operati saranno selezionati per Tema singolo e riorganizzati secondo una struttura organica nell'ordine previsto dallo schema, in vista della formazione di una opera completa che avrà proprio per titolo "Olimpia – Il Respiro dell’Eternità". Tale opera sarà poi pubblicata sulla webzine italiana Kinglear, la quale si riserva il diritto di prima pubblicazione.
Per Informazioni Fabrizio Corselli Cel. 328-0628158
Per le informazioni, i risultati, le medaglie e le discipline sportive di tutte le edizioni delle Olimpiadi moderne www.olympic.it
Per tutte le informazioni sulle Olimpiadi di Atene 2004 www.athens2004.com
martedì, agosto 03, 2004
di Ernesto Milanesi
Ha smesso la tuta blu (al Petrolchimico) da più di un anno. Eppure gli è rimasta cucita addosso l'etichetta di scrittore-operaio. Davide Tessari, classe 1969, vive con la moglie Liviana a Mira, dove lavora come tecnico in un'azienda chimica.
Scriveva, collezionando premi nei concorsi letterari: ha vinto quello del portale Alice e il Premio Storie Rock. Ha spedito un'antologia di racconti ad un mazzo di editori "normali", misurandosi con il ventaglio delle risposte più o meno venali. Alla fine, però, ha trovato la Robin Edizioni di Roma che con intuito e coraggio gli ha sollecitato un romanzo d'esordio: Nordest Hotel.
Tessari S stato appena citato da Camillo Langone in una paginata del Foglio che ha seppellito la mitologia stellare del Veneto. E finirà prestissimo per rimbalzare nel circuito tutt'altro che virtuale dei Miserabili. Il successo lo trova ingenuamente impreparato: "E' vero che ho firmato un contratto, ma non mi fermano nemmeno in condominio. Davvero, è tutto come prima. Girando un po' l'Italia a ritirare premi nei concorsi, mi sono accorto che c'è molta più passione per la letteratura al Sud. Da noi, a volte, le presentazioni dei libri non superano la mezza dozzina di partecipanti. Speriamo vada meglio a settembre, quando mi hanno invitato al Centro Candiani di Mestre".
La timidezza affiora davanti alla macchina fotografica in giro per la sua Mira. "Sono un perito chimico. Ma ho sempre avuto una passione viscerale per la lettura. Da bambino mi perdevo davanti all'edicola. Poi quattro anni fa ho cominciato a scrivere racconti. A Latisana ho vinto per la prima volta con L'ultima corsa della notte. Sognavo di fare il giornalista. Ho collaborato con il periodico Carte Scoperte di Dolo. A proposito di Dolo, ho partecipato al concorso della biblioteca con un racconto un po' forte dal punto di vista del sesso. Durante la cerimonia di consegna dei premi l'hanno letto, ma c'era anche la sezione riservata all'infanzia. E un papà non l'ha presa tanto bene: è stata la prima critica feroce al mio lavoro...".
Padre ex Montedison come il cognato, madre casalinga, una sorella e due nipoti. La famiglia tipo di Mira: "Sono sicuro che mio padre è orgoglioso, però si raccomanda sempre il lavoro. Del resto, per me la scrittura continua a restare prima di tutto un piacere. Seguo il metodo americano: scrivo di quel che so. Realismo, insomma: ho solamente evitato l'intercalare delle bestemmie. In Norvegia, invece, ci siamo andati insieme con Liviana. E per i personaggi dei racconti e dei romanzi mi sono ispirato con gli amici, che gentilmente non si sono arrabbiati. Io non sono Marco, il protagonista. E Juliette è un miscuglio di persone. E' vero che c'è molto sesso nel romanzo. Credo che ce ne sia in misura molto inferiore a quello che si vede in televisione o nei settimanali".
Tessari produce il meglio, esplorando il Veneto a cavallo di tre province: "Mi chiamano perfino alle trasmissioni radiofoniche come se fossi un esperto di lavoro, immigrazione e Nord Est. La Riviera del Brenta, Padova, i paesi al confine con la Marca non sono il luogo mitico che qualcuno si S immaginato, lontano da qui. Il Veneto è ricco sì, ma è anche molto più povero di altri posti d'Italia. Si pensa al denaro e a far denaro, qui si perde tutto il resto. In Veneto, la produzione culturale non manca. Eppure è orientata all'industria: ricaduta aziendale, sviluppo della tecnologia, marketing".
Tessari, da bravo debuttante ("Sono l'esordiente, fatalmente immaturo: è il prezzo da pagare") nel mondo della letteratura, si dimostra sempre pacato: "Non sono un estremista, nemmeno in politica". Da adolescente si è cibato dei minimalisti; ha adorato Busi (Vita standard), non ha ancora letto da cima a fondo la Bibbia; ha spesso "cannibalizzato" i colleghi di lavoro come fonte di ispirazione. In fondo, Tessari resta ancora meno incazzato e deluso dei suoi coetanei che abitano oltre il neon del "NordEst Hotel": cinque stelle solo a ore, fra letamai e dislessie. C'è ancora tanto da scrivere...
Il titolo ammicca, commercialmente. La copertina insiste sul colore della collana "Contemporanei". E il romanzo è letteralmente folgorante.
La Robin Edizioni di Roma, con intuito e una buona dose di coraggio, punta su Davide Tessari e il suo Nordest Hotel, 348 pagine, 15 euro. L'esordiente promette quanto può mantenere e, soprattutto, traccia un solco narrativo efficace proprio perchè non insegue l'originalità assoluta. E' un perito chimico con talento, ironia, spessore, gusto sulla punta delle dita. Un "autocreativo" che non ha avuto bisogno di frequentare la Scuola Holden. Un appassionato lettore, giornalista mancato, capace di raccontare storie intrecciate a luoghi. Un giovane scrittore che regala spietate descrizioni dell'ambiente letterario sotto traccia e dello "zoo" ingabbiato nelle selezioni di provincia.
Il romanzo si lascia divorare, nonostante qualche sbavatura di editing e stampa. Nordest Hotel sventaglia corridoi, stanze, bar, letti, viaggi. Tessari ha la stoffa per tessere trame sul filo della fantastica realtà veneta. Dipinge il giallo: Juliette è scomparsa e va ripescata dalla memoria. Ma affresca anche la storia d'amore e d'amicizia di Marco, il protagonista. E spuntano pagine che dipiegano la provincia veneta meglio di un calto di tomi della sociologia d'accademia. E oscillando fra la Riviera del Brenta e Tromso, i piccoli mondi dei singoli personaggi dialogano con i luoghi che hanno sempre un'anima. La trama si scioglie chimicamente: mai acida, spesso in soluzioni frizzanti.
Nordest Hotel è un impianto che produce nove giorni di storie. Ognuno con digressioni apparenti, tutte tese a tornare al cuore del romanzo. In sottofondo, la colonna sonora della nostalgia degli anni Ottanta. E alla fine, il viaggio - se non rimette tutto in ordine - almeno fissa nuove bussole nella vita di Marco e Juliette. Di Tessari, così, non resta che aspettare la pubblicazione del secondo romanzo: la storia di un musicista gay che si dà al liscio. Il terzo romanzo, invece, è ancora in cantiere.
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